Affidamento in prova ai servizi sociali: serve un’adeguata motivazione in caso di revoca ad effetto retroattivo

Di Mattia Romano -

Cass., Sez. I, 17 aprile 2018 (ud. 8 febbraio 2018), n. 17224

La pronuncia di legittimità in commento presenta il grande pregio di porsi – in maniera più che condivisibile – in un’ottica spiccatamente garantista in quanto, il principio di diritto in essa affermato, da un lato, onera il giudicante del compito di motivare in modo puntuale e preciso le proprie statuizioni, dall’altro, apre la strada alla cassazione di tutti quei provvedimenti il cui iter motivazionale non sia stato adeguatamente esplicitato.
Nel caso di specie, con un’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma viene disposta la revoca della misura alternativa dell’affidamento in prova ai servizi sociali a causa della ingiustificata sottrazione del condannato all’attività prefissata nel programma trattamentale.
Avverso tale provvedimento, il condannato ricorre per Cassazione deducendo – per mezzo dei tre motivi originari del ricorso – le proprie doglianze afferenti all’esistenza dei presupposti della revoca di detta misura alternativa. Più nello specifico, con il primo motivo (ex 606 co. 1 let. b) ed e) c.p.p.) si contesta la erronea applicazione dell’art. 47 co. 11 O.P. ed il vizio di motivazione, stante – a detta del ricorrente – l’assenza di una violazione sufficiente a giustificare l’extrema ratio della revoca della misura. Con il secondo motivo si deduce (ex 606 co. 1 let. e) c.p.p.) la contraddittorietà della motivazione derivata da un travisamento della prova e, infine, con il terzo ed ultimo motivo di ricorso si contestano l’omessa motivazione sulla domanda subordinata (con la quale si richiedeva l’applicazione della misura ex art. 47-ter O.P.) e l’omesso espletamento dell’attività istruttoria richiesta.
Tuttavia i suddetti motivi vengono tutti ritenuti infondati dalla Suprema Corte.
Differentemente viene ritenuto fondato il motivo nuovo, ritualmente “aggiunto” dai difensori del ricorrente, nel rispetto dei termini di legge.
In particolar modo, detto motivo verte in maniera specifica sulla questione afferente alla decorrenza retroattiva della revoca della misura alternativa.
La Corte, richiamando una pluralità di propri precedenti conformi (Cass. Pen. I, n.19398/2016; Cass. Pen. I, n.490/2015; Cass. Pen. I, n. 9314/2014), sottolinea come, nel caso di provvedimenti di revoca della misura alternativa, sia indispensabile un’adeguata motivazione del provvedimento, in particolar modo con riferimento alla decorrenza della suddetta revoca.
I Giudici di piazza Cavour non negano affatto la sussistenza, in capo al Tribunale di Sorveglianza, di un ampio potere discrezionale che gli permette – senza dubbio alcuno – di revocare la misura dell’affidamento in prova al servizio sociale anche con effetto retroattivo (ad esempio causa di una condotta che faccia ravvisare l’insussistenza di una reale adesione al processo rieducativo sin da una data antecedente rispetto alla statuizione sulla revoca). Tuttavia, gli stessi si prodigano ad evidenziare come il medesimo Tribunale, nell’esercizio dei propri poteri, debba comunque previamente vagliare sia la gravità oggettiva e soggettiva del comportamento che può determinare la revoca, sia la condotta complessivamente tenuta dal condannato durante il periodo di affidamento in prova, valutando, infine, l’incidenza delle prescrizioni sul reo. Di conseguenza, ciò che chiede la Corte, è di “positivizzare” – all’interno della motivazione – il compimento di tali valutazioni propedeutiche alla dichiarazione di revoca, sottolineando la fondamentale importanza di una ricostruzione dell’iter logico che vada a suffragare l’applicazione retroattiva della revoca della misura alternativa.