Il tentato omicidio del coniuge è più grave di quello commesso in danno del convivente

Di Margherita Pala -

Cass. Pen. Sez. I, ud. 2 febbraio 2016, dep. 10 gennaio 2017, n. 808

La sentenza si occupa dell’applicabilità dell’aggravante del rapporto di coniugio di cui all’art. 577, comma 2, c.p. al caso di tentato omicidio commesso in danno del convivente more uxorio.

Il caso concreto sottoposto all’attenzione della Prima sezione concerneva il tentato omicidio commesso da un uomo nei confronti della propria compagna, con lui convivente.

Mentre la Corte d’Appello aveva ritenuto che, sulla base della evoluzione giurisprudenziale, dottrinale e di costume sociale e pur in mancanza di un’equiparazione formale tra il coniuge ed il convivente more uxorio, andasse confermata l’aggravante in parola, la Corte di Cassazione decide di escluderne l’applicabilità al caso di specie.

Richiamando dei propri precedenti (Cass. Pen., sez. I, 20 ottobre 1971, n. 1622; Cass. Pen., sez.  I,  18 maggio 1988, n. 6037), la Prima sezione ritiene che l’aggravante del rapporto di coniugio riposi sul valore morale, sociale e giuridico della qualità di coniuge per la quantità dei doveri che comporta, per la tendenziale stabilità e riconoscibilità del vincolo coniugale; caratteristiche, queste, insussistenti nel rapporto di mera convivenza e che, come affermato in precedenza anche dalla Corte Costituzionale (Corte. Cost., 25 luglio 2000, n 352), giustificano e rendono più che ragionevoli soluzioni diversificate per la famiglia fondata sul matrimonio.

Non solo. La Corte sottolinea che l’eventuale applicazione dell’aggravante in questione a casi di mera convivenza, si risolverebbe in una non consentita applicazione analogica di una norma di diritto penale sostanziale, come tale, di stretta applicazione.

L’interpretazione appena fornita dalla Corte di Cassazione, peraltro, non sarà probabilmente incrinata a seguito della prossima entrata in vigore del  D.Lgs n. 6/2017 (relativo alle modificazioni ed integrazioni in materia penale per il coordinamento con la nuova disciplina delle unioni civili e delle convivenze di fatto introdotta con la c.d. L. Cirinnà), il quale ha previsto l’equiparazione solo ed esclusivamente tra il termine “coniuge” e “parte di unione civile tra persone dello stesso sesso”, ma non anche con il convivente more uxorio.