Attività extramoenia in orario di servizio: truffa aggravata per il primario

Di Margherita Pala -

Cass. Pen. Sez. II, 23 novembre 2016, dep. 9 febbraio 2017, n. 6280

La sentenza de qua si occupa di una ipotesi di “assenteismo” da lavoro e del relativo inquadramento nella fattispecie di cui all’art. 640, comma 2, n. 1, c.p..
Il caso concreto sottoposto all’attenzione della Seconda sezione concerneva lo svolgimento, da parte di medico-primario ospedaliero, di attività extramoenia durante l’orario di lavoro, obiettivo realizzato mediante la mancata timbratura del cartellino all’uscita dal presidio ospedaliero.
Il G.I.P, all’esito dell’udienza preliminare, aveva dichiarato non luogo a procedere nei confronti dell’imputato in quanto, nonostante dal punto di vista oggettivo risultasse integrata la fattispecie contestata, avendo la ASL pagato prestazioni non dovute, mancava però l’elemento soggettivo del dolo ed, in particolare gli artifizi ed i raggiri, in quanto lo stesso aveva comunicato le prenotazioni alla ASL, essendo quindi la stessa perfettamente a conoscenza dello svolgimento di attività libero-professionale durante l’orario di servizio.
La Corte di Cassazione, invece, sulla base dell’esistenza di ulteriori elementi a disposizione, non presi in considerazione dal Giudice di merito, ritiene di dover annullare la sentenza impugnata, confermando, tra l’altro, l’inquadrabilità di tali ipotesi nella fattispecie di truffa aggravata ai danni dello Stato o di altro Ente pubblico di cui all’art. 640, comma 2, n. 1 c.p.
Infatti, era controverso se le ipotesi in questione dovessero essere inquadrate, invece che nel reato di truffa aggravata di cui sopra, in quello diverso di falso ideologico in atto pubblico ex art. 479 c.p. integrato qualora il pubblico ufficiale, “ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto […] o comunque attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”.
La giurisprudenza di legittimità e, da ultimo, la sentenza in commento sembrano però ormai orientate a ritenere che le ipotesi in questione siano da ricondurre alla fattispecie di cui all’art. 640, comma 2, n. 1, c.p.; infatti, la marcatura temporale avrebbe valore fidefacente e probatorio nei confronti dell’ente pubblico; cosicché, un uso ingannevole del cartellino marcatempo si connoterebbe come condotta artificiosa volta a raggirare il soggetto passivo, integrando il delitto di truffa aggravata di cui sopra (Cass. pen., Sezioni Unite, 11 aprile 2006, dep. 10 maggio 2006,  n. 15983).