Cambio di rotta della Cassazione nei rapporti tra appropriazione indebita e bancarotta

Di Federico Emiliani -

Cass. Pen. Sez. V, ud. 15 febbraio 2018 (dep. 6 giugno 2018), n. 25651

Pronunciandosi su una vicenda che ha visto coinvolto un imputato per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione in qualità di amministratore di fatto di una società fallita, dopo che lo stesso era già stato processato (ed assolto) per appropriazione indebita, la Cassazione ha affrontato nuovamente, con una nuova prospettiva, i rapporti tra le due fattispecie incriminatrici.
La premessa in fatto da cui muove la Corte è che i beni oggetto di entrambi i procedimenti – somme di denaro pari ad Euro 35.000 – fossero i medesimi.
Il Supremo Collegio ha chiarito come i numerosi precedenti che si sono occupati dei rapporti tra le due norme hanno sempre escluso qualunque preclusione alla celebrazione di un nuovo giudizio a carico di chi, per gli stessi fatti, fosse già stato sottoposto a processo per appropriazione indebita quando, in un secondo momento, fosse intervenuta la sentenza dichiarativa di fallimento.
Un primo più risalente orientamento (Cass. Pen., Sez. II, n. 10472/1997), faceva ricorso all’istituto del concorso formale ritenendo che all’unicità di un determinato fatto storico possono fare riscontro una pluralità di eventi giuridici e dunque “il giudicato formatosi con riguardo ad uno di tali eventi non impedisce l’esercizio dell’azione penale in relazione ad un altro evento”.
L’interpretazione maggiormente avallata dalla giurisprudenza più recente (Cass. Pen., Sez. V, n. 37298/2010) ritiene invece che ricorra la figura del reato complesso ai sensi dell’art. 84 c.p. (e quindi appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta per distrazione sarebbero in rapporto di contenuto a contenitore).
Ciò posto, il Collegio chiarisce come la vicenda vada oggi affrontata alla luce dei principi affermati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 31/5/2016 nella quale i giudici delle leggi, “dialogando” virtualmente con la Corte EDU in tema di medesimezza del fatto e di ne bis in idem, ribadiscono come per aversi identità del fatto vi debba essere corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato considerato in tutti i suoi elementi costitutivi – condotta, nesso ed evento, “a condizione che, nell’applicazione pratica, tutti gli elementi del reato siano assunti nella loro dimensione empirica, sicché anche l’evento non potrà avere rilevanza in termini giuridici, ma assumerà significato soltanto quale modificazione della realtà materiale conseguente all’azione o all’omissione dell’agente”.
Fatte tali premesse, la Cassazione afferma che nella nozione di “fatto”, pur dovendosi ricomprendere anche le conseguenze dell’azione, e dunque l’evento, dovrà sempre farsi riferimento a quegli elementi che dipendano dall’agire dell’imputato: così non è nell’ipotesi della bancarotta laddove la sentenza dichiarativa di fallimento (che rappresenta l’elemento specializzante rispetto alla fattispecie appropriativa) è indipendente dalla volontà dell’agente e pertanto non può essere considerata tra gli elementi che concorrono ad identificare il fatto.
Alla luce di tali considerazioni “la bancarotta per distrazione non si differenzia in nulla dall’appropriazione indebita (quando, beninteso, abbiano lo stesso oggetto), sicché non presenta la diversità necessaria a superare il divieto del bis in idem. La profonda diversità della bancarotta per distrazione, rispetto all’appropriazione indebita, sta, in realtà, nell’offesa che essa reca all’interesse dei creditori” che però “non rileva ai fini della identificazione del fatto, perché attiene – insieme all’oggetto giuridico, alla natura dell’evento, ecc – ad elementi della fattispecie che, per la loro opinabilità, non devono concorrere a segnare l’ambito della garanzia costituzionale e convenzionale del ne bis in idem”.