Caso Contrada: sentenza “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”

Di Gherardo Minicucci -

Cass. pen., Sez. I, 6 luglio 2017 (dep. 20 settembre 2017), n. 43112

La I Sezione mette fine alla vicenda “Contrada” con una sentenza sicuramente destinata a dar luogo a notevoli ripercussioni giuridiche; com’è noto, in esito al vittorioso ricorso alla Corte EDU, Contrada ha sviluppato due diverse iniziative processuali: da un lato, ha proposto un giudizio di revisione innanzi alla Corte d’Appello di Caltanissetta (definito con un rigetto); dall’altro, ha proposto incidente di esecuzione presso la Corte d’Appello di Palermo (concluso un’ordinanza reiettiva), sul quale si innesta il ricorso che ha dato luogo alla sentenza in commento.
In motivazione la Corte esordisce mostrandosi consapevole del fatto che questa occasione processuale rappresenta l’ultima sede nella quale è possibile dirimere la questione dell’obbligo di conformazione dell’ordinamento interno alle sentenze della Corte EDU, in ossequio all’art. 46 CEDU.
Ricostruito il panorama normativo, la Suprema Corte conclude per l’efficacia precettiva delle norme convenzionali, così come interpretate dal Giudice di Strasburgo, cui consegue l’immediata effettività dei diritti e degli obblighi nei confronti delle parti in causa: col che, si afferma, “lo Stato è tenuto a conformarsi a tali pronunzie e a eliminare, fin dove è possibile, le conseguenze pregiudizievoli della violazione riscontrata”.
Trattandosi di violazioni di norme convenzionali afferenti al diritto sostanziale (art. 7 CEDU), viene rilevato che la controversia verte sulla “piattaforma legale” che dà luogo alla sentenza di condanna, ritenuta generica, indeterminata, imprecisa ovvero imprevedibile, secondo quelle “sfumature” di legalità vivificate dall’ordinamento multilivello.
In questo senso, non rilevando alcuna violazione del giusto processo, sotto un profilo meramente procedurale, la Corte osserva che non può attivarsi il meccanismo di revisione “europea”, trattandosi puramente di una violazione di diritto sostanziale, per la quale – si osserva – non può neanche esperirsi il rimedio dell’art. 673 c.p.p., rivolto ai casi in cui sia venuto meno l’illecito.
Tanto premesso, la doglianza di Contrada viene ricondotta all’art. 670 c.p.p., ribadendosi che il giudice dell’esecuzione è “garante della legalità della sentenza in fase esecutiva” e che la sua funzione si estende sino alla declaratoria di ineseguibilità e improduttività di effetti penali, in ossequio a quanto stabilito dalle Sezioni Unite nella sentenza Gatto.