Commette violenza privata chi posteggia nel parcheggio “individuale” per disabili

Di Gherardo Minicucci -

Cass. Pen. Sez. V, 23 febbraio 2017, dep. 7 aprile 2017, n. 17794

Con la sentenza in esame la Suprema Corte si pronuncia – forse per la prima volta – sulla rilevanza penale della condotta di chi posteggia la propria autovettura in un parcheggio riservato ad utenti disabili, individualizzato con l’indicazione della targa del veicolo al quale è consentita la sosta.
La decisione conferma la sentenza di appello, a sua volta concorde sulla valutazione operata dal giudice di prime cure: l’aver parcheggiato l’automobile, nel posto suindicato, dalle 10.40 alle 2.20 del giorno seguente (quando la Polizia municipale provvedeva alla rimozione del mezzo) concreta senza dubbio – secondo la Corte – l’elemento oggettivo del reato di violenza privata.
In particolare, si attribuisce dirimente importanza alla segnaletica (orizzontale e verticale), la quale indicava chiaramente la riferibilità esclusiva alla persona offesa dello stallo di parcheggio: difatti – si prosegue – in difetto della specificazione anzidetta la condotta avrebbe integrato unicamente l’illecito amministrativo di cui all’art. 158, comma 2, C.d.s.
Sotto il profilo soggettivo, poi, si osserva che “l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà […]”.
Notevoli, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, sono le perplessità che questa pronuncia suscita.
Da un lato, obiettivamente, v’è da dire che una forma di violenza (ovviamente, reale) non pare rintracciabile se non in una forma così labile da risultare del tutto impalbabile, anche al netto del fatto che non sembra che tale azione – certamente odiosa – sia di per sé idonea ad impedire di posteggiare nelle immediate vicinanze dell’abitazione.
Dall’altro lato, non può semplicemente mutuarsi la presunzione di conoscenza della segnaletica, omettendo di considerare che, nel caso in esame, la questione della riferibilità ad un singolo utente dello stallo concreta evidentemente una circostanza soggetta alla disciplina dell’errore sul fatto, soprattutto ponendosi nella logica – propria della sentenza – per cui tale specificazione consente di mettere a fuoco una specifica direzione lesiva della condotta.