Il computo della pena per concedere la “messa alla prova”: intervengono le Sezioni Unite

Di Ottavia Murro -

(Cass. Pen. Sezioni Unite, del 31 marzo 2016, dep. 1 settembre 2016, n. 36272)

La questione sollevata al Supremo Collegio attiene ad uno degli aspetti più controversi dell’istituto della sospensione del processo con messa alla prova: la rilevanza delle circostanze aggravanti (anche ad effetto speciale) ai fini della determinazione del quantum  di pena massima edittale per la concessione rito speciale.

L’art. 168 bis c.p., infatti, delimita l’ambito operativo dell’istituto individuando un duplice criterio, nominativo e quantitativo, che comprende le figure delittuose indicate dall’art. 550, comma 2, c.p.p., nonché i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva,  sia  essa  sola,  congiunta  o  alternativa  a  quella  pecuniaria, non superiore nel massimo a quattro anni.

La norma, tuttavia, serba il silenzio sulla rilevanza delle circostanze aggravanti e tale vulnus normativo ha dato luogo ad orientamenti contrastanti che, in questi due anni, hanno inciso sull’ambito applicativo della messa alla prova. Se una parte della giurisprudenza di legittimità ha ritenuto di dover computare le aggravanti ai fini dell’applicabilità dell’istituto (ex multis Cass. Pen. Sez. VI, del 30.06.2015, n. 36687); altro orientamento ha dato rilievo alla sola pena edittale massima prevista per la fattispecie base, prescindendo dal rilievo dell’aggravante, comprese quelle ad effetto speciale (ex multis Cass. Pen. Sez. IV, 27.7.2015, n. 32787).

Le Sezioni Unite aderiscono a tale ultimo orientamento, statuendo che il quantum di pena indicato dall’art. 168 bis c.p. (quattro anni) va riferito alla pena massima prevista per la fattispecie base, non assumendo alcun rilievo le circostanze aggravanti, comprese quelle ad effetto speciale e quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato.

La ratio giustificativa è data preliminarmente da una analisi della novella introduttiva (L. 67/2014) che quando ha voluto dare rilievo alle circostanze aggravanti ai fini della determinazione della pena lo ha fatto in modo esplicito (si pensi alla delega – contenuta nella legge – in materia di tenuità del fatto). La volontà del legislatore può essere anche desunta dall’analisi dei lavori parlamentari; infatti, nella formulazione originaria della disposizione contenuta nel disegno di legge (art. 1, comma 1, lett. c), vi era l’esplicito riferimento alle circostanze aggravanti anche ad effetto speciale, comma successivamente soppresso.

Il Supremo Collegio prende le distanze, altresì, da quell’interpretazione che fa coincidere i procedimenti in cui è possibile richiedere la messa alla prova con quelli introdotti mediante citazione diretta. A ben vedere, infatti, l’art. 464 bis c.p.p., nel fissare i termini finali entro i quali è possibile avanzare la richiesta di accesso al rito, fa riferimento alla formulazione delle conclusioni in udienza preliminare, ex artt. 421 e 422, evidenziando così come il novero dei reati per i quali la messa alla prova è consentita sia più esteso di quelli previsti dall’art. 550. Inoltre, accedendo alla tesi più restrittiva, si avrebbe come effetto una sostanziale sovrapposizione dello spazio operativo della messa alla prova rispetto a quello di altre discipline quale, ad esempio, la causa di non punibilità per tenuità del fatto, nei cui confronti l’art. 168 bis c.p., avrebbe un raggio d’azione persino ridotto.

Utile appare anche il richiamo alla finalità dell’istituto: questo è, da un lato, diretto a deflazionare e a ridurre la crisi della sanzione penale, dall’altro a prevedere risposte alternative alla pena e nel contempo rieducative.

La soluzione adottata dal Supremo Collegio appare condivisibile ed evita, altresì, un’interpretazione restrittiva dell’art. 168 bis c.p. In conclusione, si è sancito il principio secondo il quale la sussistenza di circostanze aggravanti non pregiudica ex ante l’ammissibilità al rito, in quanto il giudizio effettivo di ammissione alla prova è riservato al giudice, chiamato a valutare l’idoneità del programma trattamentale e la prognosi di esclusione della recidiva.