Condividere video inneggianti allo Stato islamico è apologia di reato

Di Margherita Pala -

Cass. Pen., Sez. V, 25 settembre 2017, dep. 12 dicembre 2017, n. 55418

La sentenza in esame si pronuncia sulla rilevanza ex art. 414, co. 4, c.p. – apologia di reato, peraltro commesso mediante l’utilizzo di strumenti informatici – della condotta di pubblicazione di video, sui social network, inneggianti allo Stato Islamico.
Nel caso specifico, l’argomentazione della Quinta Sezione prende avvio da un’affermazione ormai unanime presso la giurisprudenza di legittimità: le consorterie di ispirazione jiadista, operanti su scala internazionale, hanno natura terroristica e rilevano, dunque, ex art. 270 bis c.p.. L’ideologia alla quale si è appena fatto cenno, infatti, legittima l’impiego dei cosiddetti Kamikaze, persone disposte a sacrificare la propria vita e quella degli altri per la “causa”, mediante condotte realizzate in incertam personam ed aventi, peraltro, intenzionalità comunicative verso i superstiti.
Ciò detto, i Giudici di legittimità ribadiscono il forte legame e la inevitabile associazione esistente tra ISIS e Jihad, sottolineando come il richiamo a quest’ultima ispiri le azioni belliche condotte dalla prima in Siria, costituendo peraltro il collante del terrorismo islamico su scala internazionale.
Fatte tali premesse, la Suprema Corte afferma, per le connotazioni inerenti le videoregistrazioni in questione – a titolo esemplificativo ritraenti un combattente che predica l’unione dei fratelli per aiutare la Siria, pregando affinché Allah lo accetti come martire – l’incontrovertibile inneggiamento allo Stato islamico presente negli stessi, sottolineando che, al fine di valutare concretamente il rischio effettivo della consumazione di altri reati derivanti dall’attività di propaganda, è necessario tenere conto altresì del comportamento dell’agente e delle circostanze di fatto, in particolare i contatti che lo stesso può aver intrattenuto con soggetti già indagati per terrorismo islamico; contatti esistenti nel caso di specie.
Per questi motivi e sulla base delle argomentazioni svolte, la Quinta Sezione ha concluso per la natura apologetica e propagandistica dei video in questione, rilevante per la configurabilità del reato previsto e punito dall’art. 414, co. 4, c.p.