Corte Cost., 26 gennaio 2017, n. 24 (ord.): prime riflessioni

Di Nicola Mazzacuva -

Corte Cost. – ud. 23 novembre 2016 (dep. 26 gennaio 2017), n. 24

Chiamata a valutare la compatibilità delle indicazioni fornite dalla Corte di Giustizia nell’oramai celebre sentenza Taricco con i principi fondamentali dell’ordinamento interno, la Corte costituzionale rinvia nuovamente la questione in via pregiudiziale ai giudici di Lussemburgo. In particolare, di fronte all’alternativa tra il “via libera” alla disapplicazione in malam partem della disciplina della prescrizione e la declaratoria di incostituzionalità di tale soluzione (per il tramite dell’art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130, legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona), la Consulta interroga – a sua volta- gli stessi giudici di Lussemburgo circa le conseguenze che si devono trarre dall’evidente tensione che essa genera rispetto al fondamentale principio di legalità.
Riserva assoluta di legge che la Corte Costituzionale afferma avere, nel nostro ordinamento, un oggetto più ampio di quello riconosciuto dalle fonti europee, perché non è limitata alla descrizione del fatto di reato e alla pena, ma include ogni profilo sostanziale concernente la punibilità.
In particolare, la Consulta fa leva sui passaggi della sentenza Taricco in cui si può individuare un’apertura della Corte di giustizia al sindacato del giudice nazionale circa la reale possibilità di disapplicare la disciplina della prescrizione. Si osserva che: “La sentenza europea prescinde dalla compatibilità della regola con i principi supremi dell’ordine costituzionale italiano, ma pare aver demandato espressamente questo compito agli organi nazionali competenti. Infatti, il paragrafo 53 della sentenza afferma che, «se il giudice nazionale dovesse decidere di disapplicare le disposizioni nazionali di cui trattasi, egli dovrà allo stesso tempo assicurarsi che i diritti fondamentali degli interessati siano rispettati». Il paragrafo 55 seguente aggiunge che la disapplicazione va disposta «con riserva di verifica da parte del giudice nazionale» in ordine al rispetto dei diritti degli imputati.” (§ 7).
D’altra parte, restituendo la parola ai giudici di Lussemburgo, la Consulta non manca di evidenziare i profili di tensione tra il dictum europeo e i principi costituzionali interni. In particolare, la Corte costituzionale osserva come nell’argomentazione della sentenza Taricco emerga un confronto con il solo problema della retroattività in malam partem (escluso dalla Corte di giustizia, come noto, in ragione dell’inquadramento meramente processuale della prescrizione che, invece, la Corte Costituzionale continua appunto a ritenere istituto di diritto sostanziale), senza però considerare l’ulteriore questione, già sottolineata da diversi settori della dottrina, dell’indeterminatezza del parametro sulla base del quale il giudice interno dovrebbe valutare se disapplicare la normativa interna.
In particolare, si osserva che: “Tuttavia, l’art. 325 del TFUE, pur formulando un obbligo di risultato chiaro e incondizionato, secondo quanto precisato dalla Corte di giustizia, omette di indicare con sufficiente analiticità il percorso che il giudice penale è tenuto a seguire per conseguire lo scopo. In questo modo però si potrebbe permettere al potere giudiziario di disfarsi, in linea potenziale, di qualsivoglia elemento normativo che attiene alla punibilità o al processo, purché esso sia ritenuto di ostacolo alla repressione del reato. Questa conclusione eccede il limite proprio della funzione giurisdizionale nello Stato di diritto quanto meno nella tradizione continentale, e non pare conforme al principio di legalità enunciato dall’art. 49 della Carta di Nizza. Se si ritiene che l’art. 325 del TFUE ha un simile significato resta allora da verificarne la coerenza con l’art. 49 della Carta di Nizza, che ha lo stesso valore dei Trattati (art. 6, paragrafo 1, del TUE), sotto il profilo della carente determinatezza della norma europea, quando interferisce con i diritti degli imputati in un processo penale” (§ 9).
In definitiva, cercando di evitare un conflitto sul problema della natura della prescrizione e sull’ammissibilità di modifiche retroattive in peius della relativa disciplina – aspetto sul quale, in effetti, la Corte di Giustizia aveva espresso una posizione chiara ma diversa da quella recepita nella giurisprudenza costituzionale –, la Consulta invita al “dialogo” i giudici europei, prospettando una diversa valutazione della questione anche dal punto di vista della scarsa determinatezza del parametro normativo che deve orientare la decisione del giudice nazionale. Declinando, altresì, il principio di legalità nei suoi tre fondamentali corollari, ribadendo la natura sostanziale dell’istituto della prescrizione e la soggezione del giudice soltanto di leggi, senza che sia possibile assegnare alla giurisdizione il perseguimento di finalità di politica criminale. Rimane da vedere, quindi, se la Corte di Lussemburgo vorrà fare un “passo indietro” che sembra ‘obbligato’ proprio per le plurime ragioni segnalate dalla Consulta, ovvero intenderà attestarsi sull’estrema, e per questo fortemente criticata, posizione espressa nella sentenza Taricco.