Costituzionalmente illegittima la pena dell’alterazione di stato di cui all’art. 567, comma 2, c.p.

Di Edoardo Mazzantini -

Corte cost., 10 novembre 2016, n. 236

Nella sentenza che si commenta, la Corte Costituzionale ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 567, secondo comma, cod. pen., nella parte in cui punisce il delitto ivi descritto con la pena della reclusione da cinque a quindici anni, anziché con la pena della reclusione da tre a dieci anni”.
La questione, sollevata dal Tribunale ordinario di Varese, origina dalla condotta di due imputati che “in concorso tra loro, nella formazione dell’atto di nascita di una neonata, ne alteravano lo stato civile, attestando falsamente che ella era nata dall’unione naturale dei dichiaranti”. Fatto storico a partire dal quale si fa motivo di applicazione del reato previsto e punito dall’art. 567 c.p., comma 2.
Vale la pena di evidenziare come la Consulta si fosse già pronunciata, di recente, sul reato in parola. Con un primo intervento (Corte Cost., ord. 23 marzo 2007, n. 106) aveva dichiarato la manifesta infondatezza di una similare q.l.c. “incentrata sul supposto diverso trattamento sanzionatorio rispettivamente previsto dai due commi dell’art. 567 cod. pen.”. In un secondo momento (Corte Cost., 23 febbraio 2012, n. 31) aveva dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto”.
Con questa nuova pronuncia, la Corte è più incisivamente intervenuta, come anticipato, rideterminando il compasso edittale del delitto. A tale esito si è pervenuti attraverso due passaggi logicamente distinti.
Anzitutto, la questione di legittimità costituzionale è stata accolta in ragione della “irragionevolezza intrinseca” della pena codificata, giacché la particolare “asprezza” della sanzione determina la “violazione congiunta degli artt. 3 e 27 Cost., essendo lesi sia il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del fatto commesso, sia quello della finalità rieducativa della pena”.
In un secondo momento, la Corte ha individuato la nuova cornice edittale mediante il debito ricorso “a soluzioni già esistenti, idonee a eliminare o ridurre la manifesta irragionevolezza lamentata (sentenza n. 23 del 2016)”. Concretamente, la pena è stata fissata nella medesima prevista per l’ipotesi di alterazione di stato disciplinata al comma 1 del medesimo articolo 567, (reclusione da tre a dieci anni), avendo la Corte riconosciuto che entrambe le fattispecie sono rivolte a proteggere il “medesimo bene giuridico” e che a variare sono soltanto “le modalità esecutive”.