Il nuovo delitto di depistaggio e la necessaria connessione tra qualifica ed attività svolta 

Di Margherita Pala -

Cass. Pen. Sez. VI, 30 marzo 2017, dep. 17 maggio 2017, n. 25557

La sentenza de qua si occupa, per la prima volta, del reato di “Frode in processo penale e depistaggio” introdotto con la L. 133/2016 (art. 375 c.p.).
Il caso concreto sottoposto all’attenzione della Sesta sezione concerneva la condotta di un vigile urbano che, secondo l’accusa, avrebbe istigato dei colleghi a rendere dichiarazioni false per favorirla nell’ambito di un procedimento penale su vicende personali.
Nel ricorso dinnanzi alla Suprema Corte, la difesa, per quanto di rilievo, contesta la possibilità di qualificare i fatti addebitati nella fattispecie in parola, visto che la qualifica di pubblico ufficiale è connessa all’effettivo svolgimento di funzioni, che invece non verrebbero in rilievo, riguardando le informazioni circostanze che l’imputata aveva percepito in occasione del suo lavoro di vigile urbano, ma non a causa di tale attività.
La Corte di Cassazione, dopo aver chiarito che la questione da risolvere concerne il se sia possibile che la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio costituisca un elemento essenziale del reato in via di fatto, a prescindere dalla connessione tra tale qualità e le attività a cui si correla l’illecito attribuito, e possa dunque considerarsi rientrante negli elementi tipici della fattispecie, anche in situazioni di totale accidentalità, i Giudici di legittimità chiariscono sin da subito che la soluzione non possa essere che nel senso della sicura rilevanza tra qualità ed attività caratterizzante la stessa, per tre principali ragioni.
La prima, inerente l’elevata previsione sanzionatoria che porta a connettere l’obbligo di dire la verità ad un dovere inerente specificamente la funzione.
La seconda, concernente l’elemento soggettivo richiesto ovvero il dolo specifico, il quale, essendo incompatibile con il dolo eventuale, fa sì che la necessità di sviare le indagini non possa che connettersi a specifici compiti inerenti lo svolgimento di tale attività.
La terza, avente ad oggetto il mancato ampliamento delle cause di non punibilità inerenti la necessità di salvare sé od altri dal pericolo ex art. 384 c.p. e che, inevitabilmente, evidenzia la preminenza del dovere di collaborazione che discende dal rapporto professionale, rispetto agli interessi personali dell’agente.
In conclusione, l’art. 375 c.p. si configura come reato proprio dell’attività del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, la cui qualifica preesiste alle indagini ed è in rapporto funzionale con l’accertamento che si assume inquinato. Ove così non fosse, potrebbero comunque configurarsi fattispecie giuridiche diverse come, ad esempio, il delitto di false comunicazioni al PM.