Desistenza volontaria: quali i presupposti della non punbilità?

Di Antonella Ciraulo -

(Cass. Pen., sez. V, 1 marzo 2016, dep. 27 maggio 2016, n. 22548)

Con l’ordinanza in commento, la quinta sezione della Suprema Corte si è pronunciata su un tema classico di parte generale, relativo ai presupposti della non punibilità della desistenza volontaria.

Com’è noto, la disciplina della desistenza volontaria è contenuta nell’art. 56 co. 3 cod. pen. a norma del quale l’agente che volontariamente desiste dall’azione, non risponde del tentativo già compiuto ma è punito per l’eventuale diverso reato posto in essere con gli atti effettivamente realizzati.

Ai fini della non punibilità, è necessario che il soggetto, da un lato, interrompa l’azione e, dall’altro, che possa continuare la stessa.

Proprio su quest’ultimo aspetto si è soffermata la Cassazione nella sentenza in esame, statuendo che «se l’idoneità degli atti, richiesta per la configurabilità del reato tentato, deve essere valutata con giudizio ex ante, tenendo conto delle circostanze in cui opera l’agente e delle modalità dell’azione, la desistenza volontaria presuppone la costanza della possibilità di consumazione del delitto, per cui, qualora tale possibilità non vi sia più, ricorre, sussistendone i presupposti, l’ipotesi del tentativo».

Per completezza espositiva, si rammenta altresì che ai fini dell’applicabilità del comma 3 dell’art. 56 c.p., non può ritenersi volontaria la desistenza dall’azione quando sulla condotta dell’agente influiscano cause esterne tali da vincolarne la libertà di determinazione del soggetto attivo.

Infatti, il discrimen fra il tentativo e la desistenza volontaria è costituito proprio dalla volontarietà dell’interruzione dell’azione criminosa, riconducibile ad una libera e non condizionata decisione dell’agente, e non anche a cause esterne che lo inducano a cessare dal proposito di persistere nell’attività criminosa, incidendo sul suo processo volitivo e non, invece, sull’azione.

Avv. Antonella Ciraulo