Giudizio di rinvio a seguito di annullamento: termine di trenta giorni per il deposito della decisione del tribunale del riesame

Di Stefania Fazari -

Cass. pen., Sez.Un., ud. 20 luglio 2017, dep. 18 ottobre 2017, n. 47970

Con la pronuncia in esame, le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto: “Nel giudizio di rinvio a seguito di annullamento dell’ordinanza che ha disposto o confermato la misura coercitiva, il tribunale del riesame non può disporre, nel caso di particolare complessità della motivazione, il deposito dell’ordinanza in un termine non eccedente il quarantacinquesimo giorno, in analogia a quanto previsto dall’art. 309, comma 10, c.p.p., ma deve depositare il provvedimento nel termine di trenta giorni previsto dall’art. 311, comma 5-bis, c.p.p., a pena di perdita di efficacia della misura”
Nel caso di specie, il Tribunale del riesame, in sede di rinvio, aveva ritenuto di poter applicare anche nel caso di annullamento con rinvio ad opera della Corte di cassazione la norma (prevista per il riesame tout court) che consente un proroga di ulteriori quindici giorni per i casi in cui la stesura della motivazione sia particolarmente complessa per il numero degli arrestati o la gravità delle imputazioni.
Secondo un orientamento favorevole, il tribunale può disporre per il deposito del provvedimento, nei casi in cui la stesura della motivazione sia particolarmente complessa per il numero di arrestati o la gravità delle imputazioni, un termine superiore ai trenta giorni indicati nell’art. 311, comma 5-bis, c.p.p., ma non superiore ai quarantacinque giorni dalla decisione, coerentemente con quanto disposto dall’art. 309, comma 10, c.p.p. (Cass., sez. V, n. 18571/2016).
Tale orientamento troverebbe fondamento nel comma 5-bis dell’art. 311 c.p.p. che avrebbe la funzione di equiparare la disciplina del procedimento a seguito di rinvio a quella ordinaria (art. 309 c.p.p.).
Un contrapposto orientamento, fa leva sull’interpretazione letterale del comma 5-bis dell’art. 311 c.p.p., secondo cui, deve essere applicato il termine di trenta giorni per il deposito dell’ordinanza resa in sede di rinvio a seguito di annullamento disposto dalla Corte di cassazione su ricorso dell’indagato (Cass. sez. II, n. 20248/2016 e Cass. sez II, n. 23583/2016).
La prima sentenza stabilisce inequivocabilmente che nel giudizio di rinvio a seguito di annullamento, il mancato rispetto del termine di trenta giorni per il deposito dell’ordinanza ne comporta la perdita di efficacia, perché la normativa vigente consente al Tribunale di disporre di un termine più lungo, non eccedente i quarantacinque giorni, per la sola ordinanza emessa ai sensi dell’art. 309 c.p.p. (Cass. sez II, n. 20248/2016).
La seconda sentenza, invece, ribadisce che l’art. 311, comma 5-bis, c.p.p., costituisce una disciplina molto restrittiva, coerentemente con le esigenze di tutelare nella sua massima estensione la libertà personale, protetta come bene primario dall’art. 13 della Costituzione e dalla Convenzioni internazionali (art. 5, comma 4, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e art. 9, comma 4, del Patto internazionale sui diritti civili e politici).
Le Sezioni Unite, condividendo l’orientamento più restrittivo, affermano che nessuna proroga dei termini è consentita. Secondo il criterio di interpretazione letterale delle disposizioni normative (art. 12 preleggi), il comma 5-bis dell’art. 311 c.p.p. prevede il termine massimo di trenta giorni per il deposito dell’ordinanza in sede di rinvio, senza richiamare la possibilità di proroga di cui all’art. 309, comma 10, c.p.p..
In sede di rinvio, dunque, non può applicarsi analogicamente la disposizione che prevede la proroga del termine per il deposito dell’ordinanza.
Come noto, l’analogia è un procedimento mediante il quale, in presenza di una lacuna nell’ordinamento, vengono applicate alla situazione da disciplinare le norme previste per casi simili o materie analoghe.
Tuttavia, rimarca la Suprema Corte, nella materia in esame non vi è alcuna lacuna da colmare atteso che il codice (art. 311, comma 5-bis, c.p.p.) disciplina espressamente un termine di deposito.
Inoltre, il comma 5-bis dell’art. 311 c.p.p. disciplina una situazione che non può considerarsi “simile” a quella presa in considerazione dall’art. 309, comma 10, c.p.p.
Vige, poi, il principio di tassatività dei termini stabiliti a pena di decadenza e dei casi in cui ne è consentita la proroga. Nel caso del procedimento di riesame, il legislatore ha disciplinato espressamente i casi in cui è consentita la proroga dei termini per il deposito della decisione ricollegandoli ad una situazione personale dell’imputato oppure ad una sua richiesta.
Due ipotesi di proroga legale del termine per la decisione del Tribunale del riesame sono poi previste da una disposizione di attuazione (art. 101 disp. att. c.p.p.): il caso del rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dell’imputato che ha chiesto di essere sentito personalmente e non si trova detenuto o internato in un luogo diverso da quello in cui si trova il giudice e il caso in cui l’imputato abbia chiesto di essere sentito e sia detenuto o internato in un luogo diverso da quello in cui si trova il giudice.
La legge n. 47/2015 ha introdotto la possibilità di differire l’udienza davanti al Tribunale del riesame, ispirata all’esigenza di assicurare un’adeguata preparazione della difesa dell’imputato. Il differimento può essere disposto a seguito di espressa richiesta, formulata personalmente da parte dell’interessato e sussistendone giustificati motivi. L’accoglimento della richiesta di differimento, però, comporta la proroga del termine per la decisione e di quello per il deposito dell’ordinanza nella medesima misura del differimento: è rimesso alla volontà dell’interessato la scelta in ordine al differimento che riverbera i suoi effetti sulla misura e sulla condizione di restrizione che vengono prolungate.
La Suprema Corte, dunque, conclude per il carattere eccezionale delle disposizioni in tema di proroga del termine per il deposito della motivazione sottolineando che qualsiasi applicazione estensiva o analogica comporterebbe un effetto in malam partem pregiudicando la libertà personale dell’imputato. L’applicazione analogica della norma che consenta un ulteriore allungamento dei termini per il deposito della decisione si risolverebbe in una protrazione della limitazione della libertà personale.
Richiamando il principio di stretta legalità che regola le limitazioni alla libertà personale, viene evocata la Corte costituzionale che ha sottolineato come le norme che prevedono la limitazione di diritti inviolabili dell’uomo, espressione di valori fondamentali, abbiano carattere derogatorio di una regola generale e presentando natura eccezionale, non possono essere applicate per analogia e vanno interpretate in senso rigorosamente restrittivo.
In conclusione, costituisce regola generale la previsione di un termine perentorio per il deposito di un’ordinanza che limita la libertà personale, mentre è un’eccezione la previsione di una proroga di quel termine, dunque non può trovare spazio l’analogia.