Incostituzionale il Decreto “salva Ilva”: mancato bilanciamento dei valori costituzionali chiamati in causa

Di Luigi Murro -

Corte Costituzionale, ud. del 7.02.2018, dep. il 23.03.2018, Sentenza n. 58

La Consulta, con la decisione n. 58/2018 resa il 23.03.2018, ha dichiarato illegittimo l’art. 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92 nonché gli artt. 1, comma 2 e 21-octies della legge 6 agosto 2015, n. 132 che consentivano la prosecuzione dell’attività di impresa degli stabilimenti di interesse strategico nazionale anche in  presenza del sequestro operato dalla magistratura per reati inerenti la sicurezza dei lavoratori.

La vicenda attiene al sequestro preventivo convalidato dal GIP di Taranto nei confronti dello stabilimento Ilva a seguito di un infortunio di un operaio in violazione delle norme sulla sicurezza.

I difensori dell’Ilva chiedevano al P.M. di applicare la normativa di cui all’art. 3 del D.l. n. 92/2015 che prevedeva la non operatività del vincolo reale qualora l’impresa avesse predisposto, entro 30 giorni, un piano di misure aggiuntive finalizzate alla tutela della sicurezza sul posto di lavoro e lo avesse trasmesso al  Comando provinciale  dei  Vigili  del fuoco, agli uffici della ASL e dell’INAIL competenti per territorio per le rispettive attività di  vigilanza e di controllo. Il PM rigettava la richiesta avanzata dai difensori e, in subordine, sollevava la questione di legittimità costituzionale della citata normativa.

Il GIP di Taranto ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale in quanto ha ritenuto che la disciplina censurata non garantiva un ragionevole bilanciamento tra i diversi interessi costituzionali.

Infatti, l’art. 3 del D.l. n. 92/201 non prevedeva “specifici contrappesi normativi” a cui subordinare la prosecuzione dell’attività d’impresa.

Nelle more, la normativa impugnata veniva formalmente abrogata dalla legge n. 132/2015 che, tuttavia, da una parte prevedeva una clausola di salvezza per gli effetti giuridici che, nel frattempo, si erano prodotti (art. 1 comma 2); dall’altra reintroduceva nella sua interezza la previsione abrogata (art. 21-octiens). Di conseguenza, in conformità da quanto sancito con la sentenza n. 84 del 1996 della Corte Costituzionale, anche la novella n. 132/2015 è stato oggetto di scrutinio da parte dei Giudici di legittimità, in quanto assicurava, comunque, la continuità normativa del citato art. 3 D.l. n. 92/201.

La Corte Costituzionale, richiamando la sua precedente pronuncia n. 85/2013, ha ribadito che non può, in astratto, ritenersi  precluso al legislatore la facoltà di prevedere che i sequestri disposti dall’Autorità Giudiziaria non impediscano“la continuità produttiva in settori strategici per l’economia nazionale” a condizione, tuttavia, che venga garantito sempre il corretto e ragionevole bilanciamento “dei valori costituzionali chiamati in gioco”: da una parte, la salvaguardia della continuità produttiva in settori nevralgici per l’economia nazionale (garantendo “i correlati livelli di occupazione”), dall’altra tutti gli altri valori costituzionalmente protetti.

Bilanciamento che non è stato operato nel caso in esame, in quanto, il Legislatore ha subordinato la prosecuzione del’attività produttiva, anche in presenza di impianti pericolosi, alla mera predisposizione di un piano redatto“unilateralmente”dall’azienda interessata senza alcuna prescrizione né riguardo l’attuazione di misure immediate atte ad eliminare la situazione di pericolo, né riguardo la tipologia delle “misure ed attività aggiuntive” richieste.

La mancata previsione di “specifici contrappesi normativi” ha privilegiato, secondo la Consulta, la prosecuzione dell’attività economica in modo smisurato sacrificando, eccessivamente, i diritti “inviolabili” alla salute ed alla vita, costituzionalmente garantiti dagli artt. 2 e 32 Cost., nonché il diritto a lavorare in un ambiente sicuro e non pericoloso sancito dagli artt. 4 e 35 co. I Cost.

Tale sbilanciamento comporta l’incostituzionalità della normativa in esame la quale ha travalicato i limiti imposti all’attività di impresa che, ai sensi dell’art. 41 Cost., non può, in nessun caso, arrecare danno alla libertà ed alla dignità umana, né può mettere in pericolo la “sicurezza” del lavoratore” come, talaltro, la Corte aveva già precisato con la sentenza n. 405 del 1999.