Ingiusta detenzione: la Suprema Corte specifica i criteri di quantificazione dell’indennizzo.

Di Andrea Molinari -

Cass. Pen. Sez. III, ud. 14 novemnre 2017, dep. 7 dicembre 2017, n. 55787

Con la Sentenza in commento, la Sezione terza della Suprema Corte di Cassazione torna ad occuparsi di indennizzo in tema di ingiusta detenzione.

Come è noto l’art. 643 c.p.p. pone a favore dell’imputato che sia stato prosciolto in sede di revisione, se non ha dato causa per dolo o colpa grave all’errore giudiziario, una riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna.

Il criterio aritmetico, di creazione giurisprudenziale, secondo cui la somma indennizzabile per ogni giorno di ingiusta detenzione è di euro 235,82 è meramente indicativo, dovendo il giudice tener conto di altre circostanze che possono giustificare un aumento o una diminuzione dell’indennizzo stesso.

È dunque il criterio equitativo che deve trovare applicazione nel calcolo dell’indennizzo derivante da errore giudiziario, dovendo il giudice provvedere ad un “equa riparazione” che tenga in giusto conto oltre all’entità della pena patita, anche le sofferenze morali e psicologiche derivanti dalla detenzione, nonché le conseguenze che la detenzione stessa abbia cagionato ai congiunti conviventi con il detenuto (Cass. Pen., Sez. VI, n. 1167 del 08/04/1992 – dep. 14/10/1992, Rv. 192827).

In tale solco, le circostanze di cui si è appena detto, devono trovare conforto in una specifica allegazione probatoria, non essendo sufficiente, come nel caso in esame, allegare lo stato di famiglia al fine di provare l’esistenza di un nucleo familiare e le eventuali conseguenze patite per la subìta separazione dallo stesso in conseguenza dell’errore giudiziario.

Tale separazione dal nucleo familiare è infatti conseguenza normale dell’applicazione di una misura cautelare, motivo per cui la Suprema Corte evidenzia la necessità di allegare all’istanza gli specifici pregiudizi subìti sotto il profilo “personale e familiare”.

Ed ancora, con riferimento al periodo effettivo che deve essere valutato nel calcolo dell’indennizzo, la Corte conferma il proprio orientamento secondo cui le sole misure cautelari custodiali fondano il diritto alla riparazione non rilevando, ai fini del computo, anche eventuali periodi di sottoposizione a misure non detentive o interdittive (Cass. Pen., Sez. IV, n. 12590 del 12/01/2005).

Il principio reso in Sentenza, infatti, esclude dalle conseguenze afflittive indirette dell’ingiusta detenzione le misure diverse da quelle detentive, venendo a mancare il presupposto giuridico per l’esistenza stessa del diritto alla riparazione.