La coltivazione di piante da stupefacenti costituisce sempre reato

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. IV, 18 maggio 2017 (dep. 21 settembre 2017), n. 43465

La pronuncia della Cassazione concerne la nota questione della necessità o meno, ai fini della configurabilità del delitto punito dall’art. 73 d.p.r n. 309/1990, di verificare in concreto gli elementi dimostrativi della concreta offensività della condotta di coltivazione di piante da stupefacenti. Il problema, come noto, riguarda soprattutto le ipotesi in cui le piante non abbiano raggiunto un grado di sviluppo tale da permettere di stabilire se potranno effettivamente produrre sostanze droganti ovvero i casi in cui sia possibile affermare con certezza che produrranno sostanza stupefacente, ma per quantitativi destinabili al massimo al consumo personale.

Il quesito è stato da sempre oggetto di incertezze applicative. Va, infatti, segnalato un orientamento giurisprudenziale rigorista, secondo cui costituirebbe condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale (Cass., Pen., Sez. Un. 10 luglio 2008, n. 28605). Vi è poi un secondo gruppo di sentenze orientate nel senso di ritenere doverosa un’indagine sia in ordine al quantitativo di principio attivo astrattamente ricavabile dalle singole piante in relazione al loro grado di maturazione, sia in relazione ad ulteriori circostanze, quali l’estensione e la struttura organizzata della piantagione, per valutare la potenziale attitudine della produzione ad incrementare il mercato (Cass., Pen., Sez. III, 9 maggio 2013, n. 23082).

Dato atto di tale contrasto, la Suprema Corte ha affermato di condividere le argomentazioni offerte dalla Corte Costituzionale nell’ordinanza n. 109/2016.

Nella fattispecie la Consulta aveva escluso la fondatezza della questione di legittimità costituzionale della norma in riferimento agli artt. 3, 13, 25, c. 2, e 27, c. 1, Cost., poiché è appannaggio esclusivo del legislatore prevedere un trattamento sanzionatorio più rigoroso per la condotta, dotata di maggiore pericolosità, di coltivazione di stupefacenti rispetto a quella di sola detenzione, in quanto la prima non solo ha la capacità di accrescere la quantità di stupefacente esistente e circolante, ma anche perché, a differenza delle altre condotte “produttive”, non richiede neppure la disponibilità di materie prime soggette a rigido controllo, ma normalmente solo dei semi. D’altra parte rientra nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di punire comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti, persino quando finalizzati al consumo personale.

Ad avviso della Cassazione, poi, nel caso della coltivazione non è neppure apprezzabile ex ante con sufficiente grado di certezza la quantità di prodotto ricavabile dal ciclo della coltivazione, sicché anche l’individuazione del quantitativo di sostanza stupefacente alla fine estraibile e la corretta valutazione della destinazione della sostanza stessa ad uso personale risultano maggiormente ipotetiche e meno affidabili, senza contare che l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili ed è quindi dotata di notevole potenzialità diffusiva delle sostanze stupefacenti estraibili. È proprio per tali ragioni che in questi casi non può dubitarsi della sussistenza del reato punito dall’art. 73 d.p.r. n. 309/1990.