Per la Consulta l’imputato assolto “perché il fatto non sussiste” è un testimone attendibile

Di Fabrizio Galluzzo -

Corte cost., 26 gennaio 2017, n. 21

Con la sentenza in esame la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 197-bis, comma 6, c.p.p., «nella parte in cui prevede l’applicazione della disposizione di cui all’art. 192, comma 3, del medesimo codice di rito anche per le dichiarazioni rese dalle persone, indicate al comma 1 dell’art. 197-bis c.p.p., nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste” divenuta irrevocabile», e dell’art. 197-bis, comma 3, c.p.p., «nella parte in cui prevede l’assistenza di un difensore anche per le dichiarazioni rese dalle persone, indicate al comma 1 del medesimo art. 197-bis, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste” divenuta irrevocabile».

Il Giudice rimettente aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale perché, nell’istruttoria dibattimentale, era stata assunta la testimonianza di un imputato di reato collegato, assolto con sentenza irrevocabile con la formula “perché il fatto non sussiste” e tale deposizione avrebbe dovuto essere valutata in ossequio ai criteri di cui all’art. 192, comma 3, c.p.p., ovvero avrebbe potuto considerarsi una prova piena esclusivamente in presenza di altri elementi di prova, riscontri esterni che nel caso di specie mancavano, rendendo tamquam non esset la richiamata sentenza di assoluzione.

La disciplina in esame allora, nell’ottica del Tribunale di Macerata, irragionevolmente «parificherebbe la posizione dell’imputato in procedimento connesso o di reato collegato, assolto con sentenza irrevocabile, a quella della persona dichiarante ai sensi dell’art. 210 cod. proc. pen.; e, per converso, la diversificherebbe profondamente da quella del testimone ordinario, tanto sotto il profilo dell’obbligo di assistenza difensiva, quanto sotto quello della limitazione probatoria delle dichiarazioni».

Per pervenire alla decisione sopra riportata, con la quale è stata accolta la questione sottopostale, la Corte ha ripercorso la ratio di una precedente decisione (Corte cost., 21 novembre 2006, n. 381, in Giur. cost., 2006, 6, 3972, con nota di O. Mazza, Lo strano caso del testimone-imputato assolto per non aver commesso il fatto), con la quale aveva rilevato il contrasto dell’art. 197-bis c.p.p. con l’art. 3 Cost., dichiarando l’illegittimità costituzionale della prima norma nella parte in cui la disposizione si applica alle dichiarazioni rese dalle persone «nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto” divenuta irrevocabile».

Ciò perché, si legge nella motivazione, la regola di valutazione delle dichiarazioni della persona assolta di cui all’art. 192, comma 3, c.p.p. rende “perenne una compromissione del valore probatorio delle relative dichiarazioni testimoniali” priva di ragionevolezza, in quanto «per effetto di tale regola l’efficacia di un giudicato di assoluzione – che pure espressamente esclude, per il dichiarante, qualsiasi responsabilità rispetto ai fatti oggetto del giudizio, consolidando tale esito al punto da renderlo irreversibile – risulta sostanzialmente svilita proprio dalla perdurante limitazione del valore probatorio delle sue dichiarazioni (sentenza n. 381 del 2006)».