La Corte costituzionale chiude la “saga Taricco”

Di Federico Febbo -

Corte cost., ud. 10.4.2018, dep. 31.5.2018

Nelle more tra la redazione e la pubblicazione della nota di commento alla seconda pronuncia della Corte di Giustizia nel case law Taricco (convenzionalmente chiamata “Taricco bis” ed emessa in data 5 dicembre 2017) la Corte Costituzionale, riassumendo il giudizio a seguito del rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia e proprio alla luce del chiarimento ermeneutico offerto dai Giudici di Lussemburgo, con sentenza interpretativa di rigetto, depositata lo scorso 31 maggio 2018, ha chiuso la c.detta “saga Taricco”.
Come emerge da una prima lettura della motivazione (relatore il presidente Giorgio Lattanzi) la Consulta ha ritenuto, anzitutto, che tutte le questioni sollevate dai giudici rimettenti fossero non fondate perché la “regola Taricco” doveva ritenersi inapplicabile nei rispettivi giudizi, nei quali si procedeva per fatti avvenuti prima dell’8 settembre 2015, sicché l’applicabilità degli artt. 160 terzo comma e 161 secondo comma del Codice penale e la conseguente prescrizione dei reati oggetto dei procedimenti a quibus erano escluse dalla stessa pronuncia della Corte di Giustizia, che aveva eccettuato esplicitamente gli effetti della “regola Taricco” ai reati commessi prima di tale data.
Tuttavia la Corte costituzionale non ha utilizzato il divieto di retroattività in malam partem della legge penale quale commodus discessus per concludere diplomaticamente il “confronto” con la Corte di Giustizia, astenendosi quindi da una presa di posizione sulle spinose questioni che sono originate ma hanno travalicato ampiamente la rilevanza nel caso concreto.
La Consulta ha statuito, infatti, che indipendentemente dalla collocazione temporale dei fatti, “il giudice comune non può applicare loro la “regola Taricco” perché essa è in contrasto con il principio di determinatezza in materia penale, consacrato dall’articolo 25 secondo comma, Cost.” (cfr. ξ 10 della sentenza).
La Corte ha ribadito, altresì, esplicitamente la natura sostanziale dell’istituto della prescrizione che, in quanto incide sulla punibilità della persona riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire l’applicazione della pena, “nell’ordinamento giuridico italiano rientra nell’alveo costituzionale del principio di legalità penale sostanziale, enunciato dall’articolo 25 secondo comma della Costituzione con formula di particolare ampiezza” (cfr. ancora ξ 10 della sentenza).
Per l’effetto “appare evidente il deficit di determinatezza che caratterizza sia l’articolo 325, paragrafi 1 e 2 TFUE (per la parte da cui si evince la “regola Taricco”) sia la “regola Taricco” in sé” .
Quest’ultima, per la porzione che discende dal paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE, è stata ritenuta irrimediabilmente indeterminata nella definizione del “numero considerevole di casi” in presenza dei quali può operare, perché il giudice penale non dispone di alcun criterio applicativo della legge che gli consenta di trarre da questo enunciato una regola sufficientemente definita. Né a tale giudice può essere attribuito il compito di perseguire un obiettivo di politica criminale svincolandosi dal governo della legge al quale è invece soggetto (articolo 101, secondo comma, Costituzione).
Ancor prima, è stato ritenuto indeterminato l’articolo 325 TFUE perché il testo non permette alla persona di prospettarsi la vigenza della “regola Taricco” e una scelta relativa alla punibilità deve essere autonomamente ricavabile dal testo legislativo al quale i consociati hanno accesso. Fermo restando – ha aggiunto la Corte costituzionale – che compete alla sola Corte di giustizia interpretare con uniformità il diritto dell’Unione e specificare se esso abbia effetto diretto, è anche indiscutibile che, come ha riconosciuto la sentenza M.A.S., un esito interpretativo non conforme al principio di determinatezza in campo penale non possa avere cittadinanza nel nostro ordinamento .
Un rilievo analogo è stato svolto anche per la porzione della “regola Taricco” tratta dal paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE.
In questo caso, infatti, se anche il principio di assimilazione non desse luogo sostanzialmente a un procedimento analogico in malam partem e potesse permettere al giudice penale di compiere un’attività priva di inaccettabili margini di indeterminatezza, ciò comunque non potrebbe avvenire sulla base del paragrafo 2 dell’articolo 325 TFUE, dal quale una persona non potrebbe desumere i contorni della “regola Taricco”.
In altri termini, “qualora si reputasse possibile da parte del giudice penale il confronto tra frodi fiscali in danno dello Stato e frodi fiscali in danno dell’Unione, al fine di impedire che le seconde abbiamo un trattamento meno severo delle prime quanto al termine di prescrizione, ugualmente l’articolo 325, paragrafo 2 TFUE non perderebbe il suo tratto non adeguatamente determinato per fungere da base legale di tale operazione in materia penale, posto che i consociati non avrebbero potuto, né oggi potrebbero sulla base del solo quadro normativo, raffigurarsi tale effetto” (cfr. ξ 11 della sentenza).
Degna di nota anche la presa di posizione per così dire “culturale” della Corte Costituzionale laddove, misurandosi con la diversa concezione del diritto penale che possiede rispetto alla corte di Giustizia, afferma a chiare lettere la necessità che le scelte di diritto penale sostanziale siano conoscibili in base al testo della disposizione rilevante e, se del caso, con l’aiuto dell’interpretazione che ne sia stata fatta dai giudici per cui, “rispetto a tale origine nel diritto scritto di produzione legislativa”, l’ausilio interpretativo del giudice penale “non è che un posterius incaricato di scrutare eventuali zone d’ombra, individuando il significato corretto della disposizione nell’arco delle sole opzioni che il testo autorizza e che la persona può raffigurarsi leggendolo” (cfr. ancora ξ 11 della sentenza).
Primazia, quindi, del diritto (penale) scritto di origine parlamentare
Ciò posto, la Corte ha concluso che «l’inapplicabilità della “regola Taricco”, secondo quanto riconosciuto dalla sentenza M.A.S., ha la propria fonte non solo nella Costituzione repubblicana, ma nello stesso diritto dell’Unione» e che quindi non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nel presupposto che tale regola fosse invece applicabile.