La Corte Costituzionale conferma la legittimità dell’istituto della messa alla prova.

Di Nicola Galati -

Corte Costituzionale, sentenza n. 91 del 21.2.2018

La Corte Costituzionale, con la sentenza 91 del 2018, si è nuovamente interessata della legittimità costituzionale della disciplina della sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato, pronunciandosi su diverse questioni di legittimità sollevate dal Tribunale ordinario di Grosseto con l’ordinanza del 16 dicembre 2016.

In primis, il giudice a quo aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 464-quater c.1 c.p.p., in riferimento agli artt. 3, 111, sesto comma, 25, secondo comma, e 27, sesto comma, della Cost., <<nella parte in cui non prevede che il giudice del dibattimento, ai fini della cognizione occorrente ad ogni decisione di merito da assumere nel [procedimento speciale di messa alla prova], proceda alla acquisizione e valutazione degli atti delle indagini preliminari restituendoli per l’ulteriore corso in caso di pronuncia negativa sulla concessione o sull’esito della messa alla prova>>.

Nonostante tale eccezione sia stata l’unica ad essere ritenuta fondata, le questioni di legittimità sono state dichiarate inammissibili, in quanto sono state poste <<senza tenere conto della praticabilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata, diversa da quella prospettata e coerente con la cornice normativa in cui si colloca>>.

Soluzione praticabile mediante il ricorso all’applicazione analogica dell’art. 135 delle norme di attuazione.

Tale norma prevede la possibilità, per il giudice che deve decidere su di una richiesta di applicazione della pena rinnovata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, di visionare gli atti del fascicolo del P.M.

Interpretazione estensiva già attuata dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento ad altri riti speciali, tra i quali adesso rientra la messa alla prova. Inoltre, il mancato approdo alla fase dibattimentale rende inutile il divieto di cognizione degli atti del fascicolo del P.M. da parte del giudice.

La Corte ha invece ritenuto infondate le altre questioni di legittimità sollevate.

Il giudice a quo aveva dubitato della legittimità degli artt. 464-quater e 464-quinquies c.p.p., in riferimento all’art. 27, secondo comma. Cost., <<in quanto prevedono la irrogazione ed espiazione di sanzioni penali senza che risulti pronunciata né di regola pronunciabile alcuna condanna definitiva o non definitiva>>.

Prospettazione ampiamente smentita dalla Corte. Se è vero che nell’istituto in oggetto manca una condanna, manca però anche un formale accertamento della responsabilità. In questo la messa alla prova può essere paragonata al patteggiamento, in quanto in entrambi i riti l’imputato esprime la volontà di non contestare l’accusa e di sottoporsi alla pena in un caso, al trattamento nell’altro. Anche il patteggiamento è stato investito dai medesimi dubbi di legittimità respinti però dalla Corte (Corte Cost., sent. n. 313 del 1990, ordinanza n. 399 del 1997).

L’iter motivazionale non si è limitato a riadattare le argomentazioni utilizzate in tema di legittimità del patteggiamento ma, richiamando precedenti pronunce della stessa Corte e della Corte di Cassazione, ha approfondito le caratteristiche innovative della messa alla prova.

La natura e la funzione dell’istituto portano, infatti, ad un <<ribaltamento dei tradizionali sistemi di intervento sanzionatorio>> (Cass., SU penali, sent. 31 marzo 2016, n. 36272).

L’istituto ha una doppia dimensione: processuale e sostanziale. La prima lo colloca tra i riti speciali, in cui l’imputato rinuncia al rito ordinario in cambio di un trattamento alternativo alla pena detentiva. Sul piano sostanziale, invece, si perseguono finalità specialpreventive, in quanto si rompe la sequenza cognizione-esecuzione per incentivare la risocializzazione dell’imputato.

Da tale natura e finalità discende la distinzione rispetto al patteggiamento. Se, infatti, la sentenza che dispone l’applicazione della pena su richiesta delle parti è equiparata ad una sentenza di condanna e comporta l’irrogazione della pena prevista, seppur diminuita, la messa alla prova, invece, porta ad una sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato.

Il trattamento programmato, inoltre, non è una sanzione penale bensì un’attività rimessa alla volontà del soggetto, libero di richiederla e di sospenderla.

Altra questione di legittimità ha riguardato il secondo e terzo comma dell’art. 168-bis c.p., per violazione dell’art. 25, secondo comma, Cost., <<nella parte in cui sancisce il principio di tassatività e determinatezza legale delle pene>>.

La prospettata indeterminatezza qualitativa e quantitativa del trattamento sanzionatorio è stata però smentita dalla Corte.

Quanto al limite temporale massimo, questo corrisponde a quello fissato per la sospensione del procedimento dall’art. 464-quater, quinto comma, c.p.; la determinazione in concreto della durata è invece stabilita dal giudice tenuto conto dei criteri di cui all’art. 133 c.p. e delle caratteristiche della prestazione lavorativa (Corte Cost., ordinanza n. 54 del 2017).

Per quanto riguarda gli aspetti qualitativi, il trattamento per sua natura deve essere personalizzato e modulabile, in quanto volto a realizzare finalità specialpreventive e risocializzanti.

L’ultima delle questioni poste dal giudice a quo riguardava l’art. 464-quater, comma 4, c.p.p., per contrasto con l’art. 101 Cost., <<nella parte in cui prevede il consenso dell’imputato quale condizione meramente potestativa di efficacia del provvedimento giurisdizionale recante modificazione o integrazione del programma di trattamento>>.

La Corte ha dichiarato infondata anche tale questione sulla base dell’assunto per cui, essendo l’imputato a richiedere la sospensione per messa alla prova, presentando un programma di trattamento, ogni modifica prospettata dal giudice deve essere accettata dall’imputato. Le prerogative dell’autorità giudiziaria non risultano lese, in quanto l’accesso al procedimento speciale è stato subordinato ad un accadimento processuale (il consenso dell’imputato), naturalmente rimesso a una parte processuale.

Questione ritenuta infondata anche con riferimento agli artt. 97 (<<Il principio del buon andamento è riferibile all’amministrazione della giustizia soltanto per quanto attiene all’organizzazione e al funzionamento degli uffici giudiziari, non all’attività giurisdizionale in senso stretto>> Corte Cost., ordinanza n. 84 del 2011) e 111, secondo comma, Cost. (non vi sarebbe alcun dispendio di tempi e risorse, in quanto il consenso per le modifiche al trattamento è richiesto prima che sia svolta qualsiasi attività processuale).

La Corte Costituzionale ha approfonditamente analizzato la disciplina, la natura e la funzione della sospensione del procedimento con messa alla prova, ribadendo e confermandone la legittimità costituzionale.

Decisione importante ed apprezzabile perché preserva un istituto che è un primo e meritorio, seppur timido e limitato, tentativo di modificare il vigente sistema penale, rendendolo da punitivo e carcerocentrico a conciliativo e riparativo.