Per la Corte Costituzionale l’ordine di esecuzione va sospeso per le pene non superiori a 4 anni

Di Gherardo Pecchioni -

Corte Cost., 6 febbraio 2018, dep. il 2 marzo 2018, n. 41

Mentre non è ancora chiaro quale sorte toccherà all’ambiziosa riforma dell’ordinamento penitenziario, la Corte Costituzionale, ponendo fine ad un pasticciato “disallineamento sistematico”, ha indirettamente centrato uno degli obiettivi della predetta riforma, quello cioè di innalzare a 4 anni il limite al di sotto del quale l’ordine di esecuzione deve essere sospeso. Come è noto, con il d.l. 23 dicembre, n. 146 (convertito con modificazioni con la l. 21 febbraio 2014, n. 10), era stato introdotto nell’ambito dell’art. 47 o.p. il comma 3-bis, che ha istituito una particolare forma di affidamento in prova (c.d. allargato) per pene detentive non superiori a 4 anni. La novella legislativa, però, non modificava contestualmente anche l’art. 656, comma 5, c.p.p,, che dunque, sino all’odierna pronuncia, imponeva la sospensione dell’ordine di esecuzione solo per pene non superiori a 3 anni. Veniva pertanto sollevata la q.l.c. della citata disposizione del codice di rito, con riferimento agli artt. 3 e 27, comma 3, Cost., dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Lecce, il quale, in funzione di giudice dell’esecuzione, era stato investito della domanda di sospensione dell’ordine di esecuzione di una pena detentiva di 3 anni, 11 mesi e 17 giorni. Il Gip aveva infatti ritenuto che, in virtù dell’univoco tenore letterale della norma, nessuna interpretazione costituzionalmente orientata sarebbe stata possibile.
La Corte giudica fondata la q.l.c. con riferimento all’art. 3 Cost. e pertanto quella basata sull’art. 27, comma 3, Cost. resta assorbita. Il Giudice delle leggi ripercorre la genesi e lo sviluppo dell’istituto disciplinato dall’art. 656, comma 5, c.p.p., evidenziando come sia “immanente al sistema, e tratto di imprescindibile coerenza intrinseca di esso” un parallelismo tra il limite di pena rilevante ai fini della sospensione dell’ordine di esecuzione e quello di accesso alla misura alternativa alla detenzione. Tale parallelismo – prosegue la Corte – può anche essere spezzato laddove il legislatore individui situazioni peculiari in relazione alle quali sia preferibile imporre un periodo di carcerazione in attesa della decisione sulla misura alternativa – come per i delitti di cui all’art. 656, comma 9, lett. a), c.p.p. – ma nel caso di specie, proprio in virtù di come il legislatore ha configurato il nuovo affidamento in prova allargato, tale rottura non è affatto giustificata. Infatti, l’art. 47, comma 3-bis, c.p.p., nel rivolgersi al condannato che deve espiare una pena detentiva “anche residua” non superiore a 4 anni, chiarisce espressamente che la misura alternativa è destinata tanto ai detenuti quanto a coloro che si trovano in stato di libertà, che sono pertanto normativamente equiparati ai fini dell’accesso alla stessa. Ciò impone che il termine per sospendere l’ordine di esecuzione deve corrispondere a quello di concessione dell’affidamento in prova allargato, altrimenti la concessione della misura alternativa prima dell’ingresso in carcere, pur prevista dalla norma, diverrebbe impossibile. Pertanto l’art. 656, comma 5, c.p.p. viene dichiarato costituzionalmente illegittimo “nella parte in cui si prevede che il pubblico ministero sospende l’ordine di esecuzione della pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non superiore a tre anni, anziché a quattro anni”.