La Corte ribadisce i criteri di determinazione della pena accessoria per il reato continuato

Di Daniele Livreri -

Cass. pen., sez. III, ud. 23.01.2018, dep. 20.02.2018, n. 35285

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte ha confermato i criteri di quantificazione delle pene accessorie di durata indeterminata a fronte di una pena principale comminata ex art. 81 cpv. c.p., così come già illustrati da una precedente pronuncia (Cass. pen., sez. III, ud. 02.12.2014, dep. 13.04.2015, n. 14954).
Nel caso di specie il Tribunale di Bergamo aveva condannato gli imputati a tre anni di reclusione per plurimi delitti previsti dal D.L.vo n. 74 /2000 (rubricato “Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto”) ed avvinti dal nesso della continuazione. Il Giudice circondariale aveva altresì comminato le pene accessorie di cui alle lett. a,b e c dell’art. 12 del medesimo decreto legislativo nella misura di anni uno, per ciascuna pena.
Avverso la sentenza dei primi Giudici, il Procuratore generale ha interposto ricorso per cassazione, deducendo, ex aliis, la violazione dell’art. 37 c.p. con riferimento alla durata delle pene accessorie irrogate.
Giova al riguardo precisare che dopo l’intervento delle Sezioni Unite (SS.UU del 27.11.2014, n. 6240), la giurisprudenza di legittimità prevalente ritiene che le pene accessorie, la cui durata sia indicata tra un minimo ed un massimo, siano soggette alla regola di cui all’art. 37 c.p., sicché la loro durata deve essere pari a quella della pena principale, salvo ovviamente il rispetto del limite minimo e massimo previsto per la sanzione accessoria (vedi tuttavia, proprio in tema di reati tributari, Cass. pen., sez. III, ud. 14.07.2016, dep. 02.02.2017, n. 4916).
Epperò nel caso sub iudice l’applicazione di tale regola doveva confrontarsi con la circostanza che la pena principale irrogata era il risultato del meccanismo sanzionatorio previsto in tema di reato continuato.
All’uopo la Corte ha precisato che “nel caso di pluralità di reati – unificati dal vincolo della continuazione – la durata della pena accessoria secondo il criterio fissato dall’art. 37 cod. pen. va determinata con riferimento alla pena principale inflitta per la violazione più grave>>, tuttavia <<nell’ipotesi di continuazione fra reati omogenei, … la durata complessiva va commisurata all’intera pena principale inflitta con la condanna, ivi compreso l’aumento per la continuazione, ferma restando in ogni caso la necessità di rispettare il limite edittale massimo previsto per la specifica sanzione accessoria da applicare>>. E pertanto, la Corte ha rideterminato, ex art. 620 lett. l) c.p.p., le pene accessorie di cui alle lett. a,b e c dell’art. 12 nella misura di anni tre per ciascuna.
Per quanto il principio di diritto sembra essersi stabilizzato, è probabile che esso abbisogni di ulteriori specificazioni, in particolare lì dove, in caso di continuazione tra reati disomogenei, la statuizione secondaria sia prevista per il reato meno grave. Infatti non può trascurarsi che le pene accessorie sono volte a evitare nuove ricadute nel reato per cui sono previste. Ma a voler applicare la regula iuris prima riportata, la pena accessoria sarebbe quantificata in relazione ad un diverso reato, sebbene in concreto più grave.