La particolare tenuità del fatto è rilevabile d’ufficio in ogni fase e stato del giudizio

Di Gherardo Pecchioni -

Cass. Pen. Sez. III, 28 aprile 2016, dep. il 14 febbraio 2017, n. 6870

Con la pronuncia in esame gli Ermellini affrontano la questione se, non avendo la parte che vi aveva interesse richiesto l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. nella fase di merito del giudizio, nonostante fosse già entrato in vigore il d. lgs. 28 del 2015, la stessa possa dolersi, in sede di giudizio di legittimità, del fatto che il giudice di merito non abbia autonomamente provveduto a valutarne l’applicabilità al caso concreto.
Per rispondere al quesito i Giudici della III sezione prendono le mosse da un recente arresto delle Sezioni Unite (Cass. Pen. Sez. Un., 25 febbraio 2016 – 6 aprile 2016, n. 13681, in Foro it. 2016, 7-8, II, 412), nel quale si era affermato che, laddove non era stato possibile richiederla in sede di appello, in quanto non ancora in vigore la relativa disposizione, l’applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto poteva essere richiesta per la prima volta avanti alla Corte di Cassazione, nonché da quest’ultima rilevata d’ufficio ai sensi dell’art. 609, comma 2, c.p.p., pur in presenza di un ricorso inammissibile. L’applicazione ex officio di tale istituto, secondo le Sezioni Unite, era la diretta conseguenza del diritto dell’imputato ad essere giudicato in base al trattamento più favorevole tra quelli succedutisi nel tempo, cui fa da contraltare l’obbligo per il giudicante di applicare retroattivamente la lex mitior.
Da tale principio, secondo i Giudici della III sezione, consegue come “ineludibile corollario” l’applicazione officiosa dell’art. 131 bis c.p. anche in sede di merito. Infatti, trattandosi di disposizione di natura sostanziale e connotandosi evidentemente come legge più favorevole, essa, oltre a dover essere applicata retroattivamente nei limiti di cui all’art. 2, comma 4, c.p., dovrà anche essere valutata ex officio dal giudicante “in qualsiasi fase e stato del giudizio”, fatta salva la formazione di un giudicato. Con quest’ultima precisazione – proseguono gli Ermellini – s’intende pure il giudicato implicito, pertanto, laddove la questione non è stata esaminata in primo grado e non ha formato oggetto di appello, essa non potrà più essere sollevata in sede di giudizio di legittimità, in quanto sul punto la decisione del giudice di primo grado è divenuta irrevocabile. Chiarita l’applicabilità ex officio dell’istituto di cui all’art. 131 bis c.p., i Giudici della III Sezione affermano però che l’obbligo di motivazione del giudicante può “ritenersi assolto non solo allorché questi, apertis verbis, abbia escluso la sussistenza della causa di non punibilità ma anche allorché siffatta esclusione sia desumibile, trattandosi di automatica conseguenza di legge, dal restante complessivo contesto della decisione assunta dal giudice”.