La responsabilità della holding per i reati commessi nell’ambito delle società controllate

Di Martina Galli -

Cass. pen., sez. II, 27 settembre 2016, dep. il 9 dicembre 2016, n. 52316

Con la sentenza n. 52316/2015 la Seconda Sezione della Corte di Cassazione pronuncia l’ultima parola sugli interrogativi suscitati dall’assenza, all’interno del d.lgs. 231/2001, di una previsione dedicata alla responsabilità penale dei gruppi d’imprese, forma propria dell’impresa medio-grande del nostro tempo.
Nel caso di specie – un’operazione di (apparente) esportazione illecitamente incentivata con fondi pubblici, che aveva condotto alla condanna dei vertici delle imprese coinvolte per associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche – ad assumere rilievo era la configurabilità della responsabilità della capogruppo in riferimento ai reati commessi nell’ambito delle controllate.
La Corte, dopo aver dato conto, in generale, della rilevanza “penalistica” del fenomeno dell’aggregazione d’imprese – preso in considerazione dal legislatore solamente nella definizione delle fattispecie di false comunicazioni sociali e nella disciplina dei vantaggi compensativi, in presenza dei quali la giurisprudenza si è mostrata favorevole anche ad escludere la natura distrattiva di operazioni infragruppo – e, in particolare, delle soluzioni offerte dalla dottrina e dalla giurisprudenza nella specifica materia della responsabilità da reato degli enti, mostra di condividere l’orientamento, già espresso in Cass. pen., sez. V, n. 24583 del 2011 e sostenuto da una parte della dottrina (v. ad esempio Amodio, Rischio penale di impresa e responsabilità degli enti nei gruppi multinazionali, in RIDPP, 2007, 1289 ss. e De vero, La responsabilità penale delle persone giuridiche, Milano 2008, 177 ss.), secondo cui la holding o altre società facenti parte di un gruppo possono essere chiamate a rispondere, ai sensi del D.lgs. n. 231/2001, del reato commesso nell’ambito dell’attività di una società controllata appartenente al medesimo gruppo, purché nella consumazione del reato presupposto concorra almeno una persona fisica che agisca per conto della holding stessa o di altra società facente parte del gruppo, perseguendo anche l’interesse di queste ultime. Al contrario, non sarebbe sufficiente, come altrove ritenuto (Cass. pen., sez. V, 29 gennaio 2013, n. 4324), l’enucleazione di un generico riferimento al gruppo, ovvero ad un c.d. generale interesse di gruppo.