La responsabilità dello psichiatra in caso di suicidio del paziente

Di Matteo Piccirillo -

Cass. Pen. Sez. IV, 18 maggio 2017 (dep. 21 settembre 2017), n. 43476

Nella sentenza in esame la Suprema Corte torna ad affrontare i limiti della responsabilità dello psichiatra per il suicidio del paziente.

La Corte ricorda che la questione si inserisce nella complessa tematica del c.d. rischio consentito, ossia di quella categoria di attività che possono comportare un serio rischio per i beni giuridici tutelati dall’ordinamento penale, rischio che tuttavia in una certa misura è tollerato. L’ambito medico-psichiatrico rientra nella categoria del rischio consentito, almeno da quando si è inteso curare le patologie psichiatrie senza tenere segregato il paziente: è infatti evidente che la scelta di praticare terapie rispettose della dignità del paziente comporta un ineludibile margine di rischio di condotte inconsulte e pericolose per sé e/o per altri. Si tratta allora di capire a quali condizioni il rischio può e deve essere accettato, sia a protezione del paziente, sia a protezione del sanitario cui è demandato il difficile compito di governare quel rischio (Cass. Pen. Sez. IV, 1 febbraio 2012, n. 4391), e ciò anche in considerazione del fatto che la posizione di garanzia dello psichiatra si articola, da un lato, nell’obbligo di protezione del paziente e, dall’altro, nell’obbligo di controllo per scongiurare eventuali pericoli che potrebbe portare ai terzi.

Secondo la Corte vi è un stretto collegamento tra i confini della posizione di garanzia ed il rischio consentito, nel senso che è proprio l’esigenza di contrastare e frenare un determinato rischio per il paziente (o realizzato dal paziente verso terzi) che individua e circoscrive, sul versante della responsabilità colposa, le regole cautelari del medico. Il giudice deve compiere una valutazione ex ante dell’adeguatezza del trattamento medico ad evitare un determinato rischio specifico anche nel caso in cui la cura si sia rivelata inefficace.

Nella specie il medico non aveva voluto disporre il ricovero né ulteriori accertamenti nei confronti di una paziente condotta in ambulatorio dal convivente per aver ingerito un intero flacone del farmaco che assumeva. Lo psichiatra, visto che la paziente non manifestava alcun segno clinico rivelatore della massiccia di assunzione del farmaco, aveva rimandato a casa la paziente, la quale poche ore dopo si era tolta la vita. Ebbene la Corte, sulla base delle consulenze tecniche versate in atti, osserva che il medico aveva scorrettamente escluso la possibilità di una reale massiccia assunzione del farmaco quando invece avrebbe dovuto considerare che le conseguenze dell’assunzione ben avrebbero potuto manifestarsi a distanza di qualche ora. In tali casi le linee guida raccomandano il ricovero o quantomeno un supplemento diagnostico ed un monitoraggio costante delle condizioni del paziente. Quindi la sottovalutazione delle regole tecniche riguardanti gli effetti del farmaco e la grave negligenza mostrata nel rimandare a casa la paziente senza alcuna prescrizione costituiscono i profili di colpa a carico del medico, il quale non avrebbe – in definitiva – posto in essere le condotte adeguate a scongiurare il rischio suicidario e ciò anche tenuto conto del parametro del rischio consentito.

Quanto alla causalità, in ossequio ai principi affermati a partire dalla nota sentenza Franzese, la Cassazione ritiene che, qualora il medico avesse tenuto i comportamenti colposamente omessi, l’evento con probabilità prossima alla certezza non si sarebbe verificato.