La responsabilità penale dell’operatore del 118 nel caso di invio tardivo dell’automezzo

Di Raffaella Baroni -

Cass. Pen. Sez. IV, 14 luglio 2016, 2016, dep. il 27 settembre 2016, n. 40036

La sentenza in commento definisce le responsabilità professionali degli operatori di centrale del 118, dato che l’operatore rischia sanzioni, anche penali, se sottovaluta la situazione di urgenza e determina con la sua condotta un tardivo invio dell’automezzo sul luogo del fatto.

La sentenza origina da un caso di mala-sanità, testimoniato in un processo piuttosto lungo: la madre di un ragazzo colto da crisi epilettica si rivolgeva al 118 per richiedere l’intervento di un’ambulanza, ma l’operatore sceglieva di non inviare il mezzo immediatamente, sostenendo (senza aver acquisito tutte le informazioni necessarie) che la crisi sarebbe passata da sola e che sicuramente il ragazzo ne aveva già avute altre in precedenza. Poiché la crisi non solo non passava, ma peggiorava, la donna richiamava dopo pochi minuti, e solo allora l’operatore, “indifferente e sprezzante”, chiedeva l’indirizzo e inviava con grande ritardo un’ambulanza, peraltro priva di un medico a bordo, il quale con ragionevole probabilità avrebbe potuto salvare la vita del ragazzo, che invece decedeva in preda alle convulsioni.

La Cassazione ha ritenuto sussistente una responsabilità penale in capo all’operatore del 118, il quale avrebbe dovuto curarsi di assumere immediatamente quante più informazioni possibili, precise e dettagliate (quali i dati relativi allo stato di coscienza, di respiro, di circolazione, etc.) sullo stato di salute del giovane malato, onde poter valutare adeguatamente la situazione di urgenza, essendosi reso ulteriormente colpevole di aver suggerito, nonostante l’urgenza, un trasporto privato dell’interessato («Se vedete che non passa, lo portate in ospedale»).

La Corte ha affermato in sentenza che la donna «è stata dirottata verso un nulla di fatto che significava la mancata presa in carico del paziente, al contempo demandando al congiunto le successive opzioni di assistenza sul presupposto (peraltro ignoto) che non era la prima crisi epilettica e che sarebbe passata come le altre precedenti».

I Supremi Giudici, ritenuta sussistente la negligenza dell’operatore, hanno quindi respinto la difesa dell’imputato e confermato la sentenza – e la pesante condanna – dei giudici di merito.