Per le attività “urgenti” agisce il difensore rinunciante o revocato

Di Giorgio Spangher -

Cass., Sez. V, 6 aprile 2016 (dep. 4 settembre 2016), n. 38239, G.A.

Con la sentenza Cass. V 6.4.2016 – 4.9.2016, n. 38239, G.A., la Cassazione definisce i rapporti tra l’art. 107 c.p.p. e l’art. 108 c.p.p., in caso di caso di rinuncia del difensore al mandato.

Ai sensi dell’art. 108 c.p.p., infatti, in caso di rinuncia, di revoca, di incompatibilità o di abbandono il nuovo difensore dell’imputato o quello designato d’ufficio che ne fa richiesta ha diritto a un termine congruo, non inferiore a sette giorni, per prendere cognizione degli atti e per informarsi sui fatti oggetto del procedimento. In caso di consenso dell’imputato o del difensore, ovvero sussistendo specifiche esigenze processuali che possono determinare la scarcerazione dell’imputato o la prescrizione del reato il termine può essere inferiore, ma comunque non inferiore alle ventiquattro ore.

Ai sensi dell’art. 107 c.p.p., è previsto che il difensore che non accetta l’incarico o vi rinuncia ne dà subito comunicazione all’autorità procedente e a chi lo ha nominato con effetti della comunicazione all’autorità procedente, salvo considerando che la rinuncia non ha effetto finché la parte non risulti assistita da un altro difensore di fiducia o d’ufficio e non sia decorso il termine eventualmente concesso a norma dell’art. 108 c.p.p, appena citato.

In particolare, l’aspetto considerato dalla decisione concerne la possibilità o meno di procedere alla trattazione del procedimento in pendenza del termine concesso all’avvocato subentrante, considerato che – come detto – sino alla scadenza del termine a difesa le funzioni difensive sono svolte dal difensore rinunciante.

Esclusa, seppur adombrata, la possibilità di negare la concessione dei termini a difesa, alla luce della nota sentenza delle Sezioni Unite (29.9.2011, Rossi, RV 251497) sul c.d. abuso del diritto (le reiterate sostituzioni del difensore), il Supremo Collegio supera sia la tesi della possibilità di ritenere non consentita alcuna attività in pendenza del termine, sia quella che consentirebbe di svolgere ogni tipo di attività processuale con il patrocinio del difensore rinunciante (sostituibile, conseguentemente con uno d’ufficio).

Il Supremo Collegio propone quindi una soluzione “intermedia” frutto del bilanciamento degli interessi in “gioco”.

A tutela del sistema potranno essere espletate – deducendone il dato dal comma 2 dell’art. 107 c.p.p. – quelle attività la cui necessità, variamente giustificata, rende necessario il loro svolgimento nonché verosimilmente quelle non riguardanti direttamente l’imputato o la sua difesa, riservando le altre allo spirare del termine a difesa.

L’apparente superamento della giurisprudenza che legittimava lo svolgimento dell’attività processuale in pendenza del termine di cui all’art. 108 c.p.p. (Cass. V 13 aprile 2015, Lico, RV 265503; Cass. II 17.3.2015, Corrado, RV 263831), da valutarsi favorevolmente, è destinato ad aprire la strada a valutazioni sulla necessità delle attività da svolgere in pendenza del termine che – sicuramente – nella prassi andranno al di là dei riferimenti alla prescrizione ed alla scadenza del tempo della custodia cautelare, considerati i rinvii delle udienze nel nostro sistema processuale, che rischiano di coinvolgere anche retropensieri sui presupposti delle rinunce al mandato. L’eventuale lesione del diritto di difesa, in cui incorrerà l’ordinanza, potrà essere oggetto di annullamento della decisione ai sensi dell’art. 178 c.p.p. con le inevitabili conseguenze, come nel caso affrontato dalla sentenza qui considerata.