L’illegittimità costituzionale dell’art. 58-quater, co. 4, o.p. Un decisivo tiro di corda lungo la via che porta al superamento degli automatismi preclusivi fondati su presunzioni iuris et de iure

Di Aldo Corasaniti -

Corte cost., 11 luglio 2018, n. 149

Con la sentenza 11 luglio 2018, n. 149, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 58-quater, co. 4, o.p., nella parte in cui si applica ai condannati alla pena dell’ergastolo per i delitti di cui agli artt. 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione) e 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), c.p. che abbiano cagionato la morte del sequestrato.

Introdotto dal d.l. 13 maggio 1991, n. 152, conv. in l. 12 luglio 1991, n. 203 e successivamente modificato a più riprese, l’art. 58-quater, o.p. risponde all’intento di assicurare un trattamento penitenziario particolarmente rigoroso – con riferimento alla possibilità di accedere ai cd. benefici penitenziari – a determinate categorie di detenuti.

In particolare, l’art. 58-quater, co. 4, o.p. dispone che i condannati per i delitti di cui agli artt. 289-bis e 630, c.p., i quali abbiano cagionato la morte del sequestrato, non possano accedere ai benefici di cui all’art. 4-bis, co. 1, o.p. – cioè l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione, con esclusione quindi delle riduzioni di pena di cui all’art. 54, o.p. e della liberazione condizionale di cui all’art. 176, c.p. – sino a quando non abbiano “effettivamente espiato” i due terzi della pena o, nel caso dell’ergastolo, almeno ventisei anni.

La norma in questione non è stata, nel tempo, immune da sospetti di incostituzionalità, con riferimento all’intento retributivo che la ispira, all’insensibilità della disciplina alle possibili evoluzioni della personalità dei destinatari ed all’irragionevolezza insita nella previsione di un’unica soglia di pena per l’accesso ad istituti profondamente diversi.

Degli stessi dubbi è agevole trovare traccia nell’iter motivazionale della pronuncia in commento. Sono tre, in particolare, i profili di illegittimità dell’art. 58-quater, co. 4, o.p., con riferimento all’art. 27, co. 3, Cost., che hanno sorretto la declaratoria della Corte costituzionale, la quale si è pronunciata con esclusivo riguardo all’ipotesi di applicazione della norma ai condannati alla pena dell’ergastolo.

Innanzitutto, rileva la Corte, la disciplina censurata si pone, subordinando la concessione di tutti i benefici penitenziari di cui all’art. 4-bis, co. 1, o.p. all’unica soglia dei ventisei anni, “in contrasto con il principio – sotteso all’intera disciplina dell’ordinamento penitenziario in attuazione del canone costituzionale della finalità rieducativa della pena – della <<progressività trattamentale e flessibilità della pena>>”. Il trattamento rieducativo attraverso il quale si realizza il finalismo riabilitativo della pena – e che costituisce pertanto, secondo la giurisprudenza di legittimità, un vero e proprio obbligo di fare per l’Amministrazione Penitenziaria – si traduce in un programma di trattamento individualizzato e progressivo. Esso consiste, cioè, in un insieme di offerte che “deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto” (art. 13, co. 1, o.p.) e che traccia un percorso di graduale reinserimento del detenuto nella società.

Questo vale anche per i condannati all’ergastolo: anche a coloro per i quali il fine pena sia “mai” la legge offre un progetto di reinserimento nella società libera, che inizia idealmente con il primo permesso premio e culmina con la liberazione condizionale.

La disciplina censurata stravolge questa impostazione, sbarrando l’accesso ad ogni sua tappa sino all’avvenuta espiazione della soglia – unitaria ed altissima – dei ventisei anni di pena, la quale è possibile che avvenga in un momento addirittura posteriore rispetto a quello nel quale l’interessato potrebbe accedere alla liberazione condizionale: eventualità della quale si può, peraltro, legittimamente dubitare qualora, come sottolinea la Corte, non venga preceduta da più prudenti occasioni di ritorno nella società, quali i permessi premio, l’assegnazione al lavoro all’esterno, il regime di semilibertà.

In secondo luogo, chiarisce la Corte, la norma in esame finisce, riducendo per i suoi destinatari la portata operativa delle riduzioni di pena di cui all’art. 54, o.p. alla sola liberazione condizionale, “per frustrare la finalità essenziale della liberazione anticipata, la quale costituisce però un tassello essenziale del vigente ordinamento penitenziario e della filosofia della risocializzazione che ne sta alla base”. Si noti, a riguardo, come per i condannati alla pena dell’ergastolo l’unica utilità derivante dalle riduzioni di pena a titolo di liberazione anticipata consista nell’abbreviazione dei termini per accedere proprio ai benefici penitenziari dalla norma negati, oltre che alla liberazione condizionale. Vanificando quasi del tutto tale utilità, attraverso l’imposizione di un quantum di pena da espiare “effettivamente”, la norma censurata priva la liberazione anticipata della sua funzione: quella di stimolare il detenuto a rendersi responsabile sin dal primo semestre, attraverso la partecipazione all’opera di rieducazione, del proprio processo di reinserimento sociale.

Infine, la Corte evidenzia un terzo profilo d’illegittimità della norma sottoposta al suo vaglio. L’art. 58-quater, co. 4, o.p. introduce infatti una automatica preclusione all’accesso ai benefici penitenziari, la quale si fonda su una presunzione, iuris et de iure, di maggiore pericolosità sociale sulla base del titolo del reato commesso. Tale presunzione, ancora più rigida di quella che sorregge le preclusioni di cui all’art. 4-bis, o.p. poiché non può essere superata da alcun comportamento dell’interessato, non permette di tenere conto degli eventuali progressi compiuti dal condannato all’ergastolo durante l’esecuzione della pena, impedendo “al giudice qualsiasi valutazione individuale” e ponendosi pertanto in contrasto con l’insopprimibile finalità rieducativa della pena.

Si impongono, a riguardo, alcune ulteriori considerazioni.

Con la pronuncia in commento, la Corte costituzionale ha infatti lanciato due importanti moniti. Il primo chiama esplicitamente il legislatore a porre rimedio alle disparità di trattamento che verranno in essere, in conseguenza della declaratoria, tra i condannati alla pena dell’ergastolo ed i condannati alla pena detentiva temporanea interessati dalla norma censurata.

Il secondo monito, altrettanto perentorio, giunge in attesa della pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sul ricorso n. 77633/2016 – Viola c. Italia, con la quale i giudici di Strasburgo sono chiamati ad esprimersi – per la prima volta – sulla compatibilità dell’ergastolo ostativo previsto dall’ordinamento italiano con la Convenzione. L’avvertimento della Corte costituzionale è, in merito, chiarissimo: “la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento”. Le eventuali preclusioni, ritenute dal legislatore necessarie, all’accesso alle offerte nelle quali si traduce il trattamento rieducativo – che di quel cambiamento deve farsi promotore -, per essere costituzionalmente legittime, non possono essere sorrette esclusivamente da presunzioni iuris et de iure della perdurante pericolosità sociale, ma devono sempre presupporre una valutazione caso per caso da parte dei competenti organi giurisdizionali.

In attesa della pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo, la Corte costituzionale ha pertanto chiarito che la finalità rieducativa della pena si traduce, durante l’esecuzione della stessa, nella costante valorizzazione dei progressi compiuti dal singolo individuo. Ove l’apprezzamento di tali miglioramenti sia precluso, ad opera di presunzioni assolute slegate da ogni valutazione sul percorso effettuato dal recluso, la pena si colloca al di fuori delle coordinate imposte dalla Costituzione.