L’illegittimità del provvedimento disciplinare per violazione dei diritti di difesa del detenuto

Di Aldo Corasaniti -

Cass. Pen. Sez. I, 16 aprile 2018, n. 16914

Con la pronuncia in esame, la Prima Sezione della Suprema Corte si è occupata del tema del procedimento disciplinare penitenziario, sotto lo specifico profilo dell’esercizio dei diritti difensivi del soggetto che vi sia sottoposto.

Il procedimento di irrogazione delle sanzioni disciplinari in materia penitenziaria è regolato dagli artt. 38, O.P. ed 81, Reg. esec. L’iter in questione inizia con la contestazione all’interessato del fatto addebitatogli, che il Direttore dell’istituto penitenziario deve effettuare entro il termine di dieci giorni dalla ricezione del rapporto, inoltratogli dall’operatore che sia venuto a conoscenza della notitia circa la commissione di una infrazione disciplinare. Dopo aver compiuto gli accertamenti del caso, ed entro il termine ulteriore di dieci giorni dalla data della contestazione, il Direttore convoca l’incolpato, davanti a sé o in udienza davanti al Consiglio di disciplina a seconda dell’entità della sanzione che ritiene presumibilmente debba essere applicata, affinché egli possa esporre le sue discolpe prima dell’adozione della decisione.

Dalla lettura delle disposizioni in commento emerge un modello procedimentale che la stessa S.C. ha precisato essere informato ai “principi fondamentali di garanzia” e contraddittorio (Cass., Sez. 1, 16/09/2013, n. 42420, Barretta).

A presidio di tali principi sono poste, secondo alcune pronunce della S.C., quelle norme che, obbligando l’Amministrazione Penitenziaria alla contestazione in forma chiara e specifica del fatto addebitato (Cass., Sez. 1, 21/12/2009, n. 48828, Mele) ed al rispetto dei suddetti termini (Cass., Sez. 1, 23/06/2010, n. 24180, Maltese; Cass., Sez. 1, 1/4/2008, n. 13685, Prota; Cass., Sez. 1, 03/10/2007, n. 36246, Cortese), pongono le condizioni affinché l’incolpato possa esercitare pienamente i propri diritti difensivi, pena l’illegittimità del provvedimento disciplinare.

In alcune decisioni, tuttavia, la S.C. ha adottato un orientamento interpretativo meno rigoroso, affermando che la mancata contestazione dell’addebito, nelle modalità previste dall’art. 81, Reg. esec., sia idonea ad inficiare la validità del provvedimento disciplinare esclusivamente nelle ipotesi in cui risultino pregiudicate la conoscenza del fatto addebitato o l’esplicazione dei diritti difensivi, e che resti assorbita nelle comunicazioni eventualmente date in limine dell’udienza disciplinare dal Consiglio di disciplina (Cass., Sez. 1, 26/06/2008, n. 28583, Marchese; Cass., Sez. 1, 16/10/2001, n. 41700, Camerino).

Con la pronuncia in esame, la Prima Sezione ribadisce il carattere vincolante, ai fini della legittimità del provvedimento disciplinare, delle disposizioni che sono funzionalmente preposte a garantire la piena esplicazione dei diritti difensivi dell’interessato. Tale disciplina infatti impone “alcuni obbligatori adempimenti da parte dell’Amministrazione Penitenziaria, la cui inosservanza, incidendo sui diritti di difesa del detenuto, ridonda in termini di illegittimità della sanzione disciplinare eventualmente irrogata.”

Il collegamento tra le regole del procedimento disciplinare e l’esplicazione dei diritti difensivi del detenuto è poi reso evidente da un ulteriore passaggio motivazionale, nel quale la S.C. sostiene che, pur nel silenzio dell’art. 81, Reg. esec., tra il momento della contestazione dell’addebito e quello dell’udienza disciplinare debba intercorrere, pena l’illegittimità del provvedimento disciplinare, “un ragionevole lasso di tempo, in modo da consentire all’incolpato di predisporre un’adeguata difesa, a sua volta funzionale a consentirgli, secondo la previsione dell’art. 38, co. 2, O.P., di esercitare il diritto di esporre la propria discolpa” (in questo senso già Cass., Sez. 1, 24/03/2017, n. 14670, Attanasio).

Tale soluzione interpretativa appare peraltro, secondo la S.C., quella maggiormente conforme all’art. 59 delle Regole penitenziarie europee, secondo cui i detenuti accusati di aver compiuto un’infrazione disciplinare devono “aver tempo e mezzi adeguati per la preparazione della loro difesa”.