I maltrattamenti del convivente “non più convivente” e la residualità dello stalking

Di Gherardo Minicucci -

Cass. pen., Sez. VI, 20 aprile 2017 (dep. 22 maggio 2017), n. 25498

La Suprema Corte torna sui requisiti strutturali dell’art. 572 c.p., stabilendo che esso possa validamente configurarsi anche in relazione a episodi verificatisi in seguito alla cessazione della convivenza more uxorio: essa non determinerebbe ipso facto il venire meno dei vincoli assistenziali, nonostante che si atteggi generalmente come una cesura che determina l’estinzione del rapporto di solidarietà e protezione; allo scopo, la Suprema Corte valorizza proprio la presenza di un figlio, ritenuta come inequivocabilmente espressiva – ma si potrebbe dire iuris et de iure – di un progetto di “vita comune”.
Inutile sottolineare che si giunge, in tal modo, ad una duplice – e tutt’altro che lampante – conseguenza.
In primo luogo, in consonanza con un orientamento non minoritario, si configura una nozione di “famiglia” estremamente allargata: concettualizzazione “valida” per il diritto civile, ma probabilmente inadatta alla tutela penale apprestata dall’art. 572 c.p., che diversamente postula – in ogni sua, pur eterogenea, forma – uno stabile rapporto con il maltrattato.
In secondo luogo, la pronuncia finisce col mutuare il contenuto degli obblighi di assistenza morale e materiale (“la cui violazione – si osserva – integra il reato di maltrattamenti in famiglia”), comunque perduranti nel regime della separazione, anche nel contesto dell’interruzione della convivenza di fatto. L’aporia è tanto sul piano teorico (si trattano ugualmente situazioni distinte), quanto manifesta dal punto di vista prasseologico: è infatti ben frequente ravvisare un grande attaccamento nel rapporto genitore/figlio assolutamente non accompagnato da un pari rapporto tra ex-coniugi (o conviventi), che talora si limita al minimo indispensabile. Così, valorizzare il necessario contatto legato alla presenza del minore appare presuntivo di una realtà che può essere effettivamente assente (in altri termini, pare avventato sostenere che “la cessazione della convivenza non esclude [… il reato] quando il rapporto personale di fatto sia stato il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà ed assistenza la cui principale ricaduta non può che essere il derivato rapporto di filiazione”).
Assai interessante, sotto altro profilo, l’obiter motivazionale relativo al rapporto tra art. 572 c.p. e art. 612 bis c.p., teso a rendere residuale questo secondo illecito, quale strumento di tutela complementare (“L’interesse leso esclude che per lo stesso possa venire in considerazione il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. destinato residualmente ad operare in situazioni in cui non vengano in considerazione condotte maturate in ambito famigliare”).