Mandato di arresto europeo e applicazione di misure cautelari

Di Guido Colaiacovo -

Cass. Pen., Sez. VI, 26 ottobre 2016, dep. il 2 dicembre 2016, n. 51639

La decisione della Suprema Corte suggerisce di riepilogare i principali arresti della giurisprudenza di legittimità in materia di applicazione di misure cautelari nella procedura passiva di consegna.

In questa ottica, si può premettere che la sentenza si muove su percorsi interpretativi già chiaramente tracciati da altri precedenti.

E’ consolidato, infatti, il principio secondo il quale – posto che la sola esigenza cautelare che deve essere valutata ai fini dell’emissione di un provvedimento coercitivo, coerentemente con la previsione dell’art. 12 della decisione quadro 584/2002/GAI, è quella attinente al pericolo di fuga – il giudicante deve concentrare la propria attenzione sull’eventualità che, nelle more della definizione della procedura, il soggetto possa approfittare dell’assenza di vincoli per far perdere le proprie tracce, ed è tenuto ad esporre puntualmente gli argomenti che giustificano il suo convincimento sul punto (così, ex plurimis, Cass, sez. fer., 27 luglio 2010, n. 30047, in Giust. pen., 2011, p. III, c. 166; per la citazione di altri precedenti e l’analisi della casistica, Lattanzi – Lupo, Codice di procedura penale – Rassegna di dottrina e giurisprudenza, vol. XIII, Giuffrè, 2013, p. 82).

Allo stesso modo, è pacifico l’indirizzo che, escludendo la possibilità di censurare le decisioni in materia dinanzi al tribunale della libertà, individua, in forza del richiamo all’art. 719 c.p.p. contenuto nell’art. 9 l. 22 aprile 2005, n. 69, nel ricorso per cassazione l’unico mezzo di impugnazione esperibile (così, da ultimo, Cass., sez. VI, 11 giugno 2015, n. 24891, in C.E.D. Cass., n. 263816) e puntualizza, nel perimetrare l’ambito delle doglianze che possono essere articolate, che nel concetto di violazione di legge è compresa l’inesistenza della motivazione o la presenza di una motivazione solo apparente, ma non un mero vizio logico della stessa (Cass., sez. VI, 6 marzo 2013, n. 10906, in Foro it., 2013, p. II, c. 412).

Qualora sia ravvisato una patologia simile, la Suprema Corte ha precisato che l’ordinanza deve essere annullata con rinvio per consentire una nuova deliberazione, diretta a correggere i vizi del provvedimento annullato, con ricostituzione, ove del caso, di un titolo restrittivo valido ed operativo.

L’intervento rescindente della Corte di cassazione toglie al provvedimento annullato la possibilità di essere posto a base di una restrizione della libertà personale, con la conseguente immediata liberazione della persona detenuta (Cass., sez. VI, 4 dicembre 2009, n. 2266/10, C.E.D. Cass., n. 245785). Tuttavia, la liberazione del ricercato sarà disposta solo qualora ad essere annullata con rinvio sia l’ordinanza che ha imposto la misura cautelare e non qualora tale sorte spetti al provvedimento che rigetta la richiesta di revoca o sostituzione del provvedimento impositivo che, in simili ipotesi, continua a essere valido ed efficace (Cass., sez. fer., 27 luglio 2010, n. 30047/10, cit.).