Mandato d’arresto europeo e condizioni delle carceri nello Stato membro richiedente

Di Guido Colaiacovo -

Cass. Pen., Sez. VI, 7 ottobre 2016, dep. il 10 ottobre 2016, n. 42824

La lett. h) dell’art. 18 della l. 22 aprile 2005 n. 69, contempla, quale motivo di rifiuto della consegna, la sussistenza di un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti. L’applicazione di tale previsione, il cui fondamento si rinviene, secondo Marchetti, voce Mandato di arresto europeo, in Enc. dir., Annali, vol. II, t. I, Giuffrè, 2008, 557, nel considerando n. 13 della decisione quadro 584/2002/GAI, è stata invocata con frequenza, in tempi recenti, nei rapporti di cooperazione con lo Stato rumeno.

Se, infatti, in termini generali, la giurisprudenza di legittimità è orientata nell’affermare che il “serio pericolo” al quale fa riferimento la disposizione non può ritenersi integrato dalla mera prospettazione dell’esistenza, nello Stato richiedente, di una condizione di sovraffollamento carcerario o di una possibile mancanza di adeguata assistenza medica, laddove tale prospettazione non sia corredata dalla dimostrazione del livello di pericolo derivante da quanto rappresentato, né da elementi concreti sulla reali situazione nelle carceri di quello Stato (Cass. pen., Sez. VI, 15 ottobre 2014, n. 43537, in C.E.D. Cass., n. 260448), successivamente, un differente approccio alla questione è stato determinato dalla decisione con la quale la Corte di Giustizia, sulla scorta di quanto affermato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nelle decisioni citate nella sentenza in rassegna, ha rilevato le pessime condizioni delle carceri rumene.

Il riferimento è a C. giust. UE, 5 aprile 2016, C-404/15 e C-659/15, in Dir. pen. proc., 2016, p. 1240, con nota di Martufi, La Corte di Giustizia al crocevia tra effettività del mandato d’arresto e inviolabilità dei diritti fondamentali, secondo la quale, in presenza di elementi oggettivi, attendibili, precisi e opportunamente aggiornati comprovanti la presenza di carenze vuoi sistemiche o generalizzate, vuoi che colpiscono determinati gruppi di persone, vuoi ancora che colpiscono determinati centri di detenzione per quanto riguarda le condizioni di detenzione nello Stato membro emittente, l’autorità giudiziaria di esecuzione deve verificare, in modo concreto e preciso, se sussistono motivi seri e comprovati di ritenere che la persona colpita da un mandato d’arresto europeo, a causa delle condizioni di detenzione in tale Stato membro, corra un rischio concreto di trattamento inumano o degradante, ai sensi dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in caso di consegna al suddetto Stato membro. A tal fine, essa deve chiedere la trasmissione di informazioni complementari all’autorità giudiziaria emittente, la quale, dopo avere richiesto, ove necessario, l’assistenza dell’autorità centrale o di una delle autorità centrali dello Stato membro emittente ai sensi dell’articolo 7 della decisione quadro, deve trasmettere tali informazioni entro il termine fissato nella suddetta domanda. L’autorità giudiziaria di esecuzione, poi, deve rinviare la propria decisione sulla consegna dell’interessato fino all’ottenimento delle informazioni complementari che le consentano di escludere la sussistenza di siffatto rischio e, qualora la sussistenza di siffatto rischio non possa essere esclusa entro un termine ragionevole, tale autorità deve decidere se occorre porre fine alla procedura di consegna.

In ossequio a tale principio, la Suprema Corte ha affermato, allora, che la lett. h) dell’art 18 impone all’autorità giudiziaria dello Stato di esecuzione di verificare, dopo aver accertato l’esistenza di un generale rischio di trattamento inumano da parte dello Stato membro, se, in concreto, la persona oggetto dell’euromandato potrà essere sottoposta ad un trattamento inumano e che a tal fine può essere richiesta allo Stato emittente qualsiasi informazione complementare necessaria. In questa ottica, si è precisato che, in conformità dei principi di mutuo riconoscimento, se dalle informazioni non venga escluso il rischio concreto di trattamento degradante, l’autorità giudiziaria deve rinviare la propria decisione sulla consegna fino a quando, entro un termine ragionevole, non ottenga notizie che le consentano di escludere la sussistenza del rischio (Cass. pen., Sez. VI, 1 giugno 2016, 23277, in C.E.D. Cass., n. 267296).

Dunque, la decisione in rassegna si pone in questo contesto interpretativo, ormai pacifico, ma offre un’ulteriore precisazione in ordine ai profili procedimentali che attengono all’articolazione della doglianza sulla sussistenza dei presupposti per l’applicazione della causa ostativa in parola. Si chiarisce, infatti, che la questione relativa alle condizioni detentive può essere dedotta per la prima volta nel giudizio di cassazione, poiché si tratta di un profilo che incide sulla legittimità della decisione di consegna.

Sul punto, è opportuno richiamare anche la pronuncia di Cass. pen., Sez. VI, 22 settembre 2016, n. 40254, in questa rivista, 10 ottobre 2016, secondo la quale, tuttavia, la deduzione sulle condizioni carcerarie dello Stato richiedente non può in alcun caso essere sollevata per la prima volta davanti alla Corte di cassazione mediante una memoria ed in assenza di qualunque connessione della questione con i motivi di ricorso originariamente proposti.