Mandato d’arresto europeo: la nozione di residente ai fini del rifiuto della consegna

Di Giulio Magliano -

Cass. Pen. Sez. VI, 1 febbraio 2017, n. 5472

La l. 22 aprile 2005 n. 69 di recepimento della Decisione Quadro 2002/584/GAI disciplina articolatamente le ipotesi di rifiuto di consegna nei casi di euromandato passivo. In questo contesto, l’art 18 comma 1 lettera r) prevede che la Corte d’Appello rifiuti la consegna del destinatario di un euromandato nelle ipotesi in cui tale provvedimento sia stato emesso ai fini dell’esecuzione di una pena o misura di sicurezza privative della libertà personale e la persona ricercata sia cittadino italiano o in Italia dimori, a condizione che ne venga disposta l’esecuzione nel nostro Stato.

Com’è noto, l’equiparazione del cittadino al residente è il risultato dell’intervento con il quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della lettera r) in parte qua (C. Cost. 24 giugno 2010, n. 227, in Giur. cost., 2010, p. 2598).

A seguito di tale pronuncia additiva, il problema che si è posto all’interprete è stato quello di individuare l’esatta perimetrazione della nozione di “residenza”.

La Suprema Corte si è pronunciata a più riprese sul punto, individuando una serie di indici dai quali desumere l’esistenza di un radicamento «reale e non estemporaneo dello straniero nello Stato» (così recita al par. 3.1 la sentenza in rassegna). In estrema sintesi, i criteri alla cui stregua deve svolgersi il giudizio sono rappresentati dalla legalità della presenza sul territorio, dalla significativa continuità temporale e dalla stabilità della stessa, nonché dalla sussistenza in Italia di interessi lavorativi, famigliari, affettivi, oltrechè dalla fissazione formale della residenza nel nostro Stato ed dal pagamento di imposte e contributi (sul punto, tra le tante, si veda Cass., sez. VI, 1 marzo 2016, n. 15887, in Dir. pen. e proc., 2017, p. 66, con nota di Michelagnoli, Il radicamento reale e non estemporaneo dello straniero in tema di mandato d’arresto europeo, alla quale si rinvia anche per la citazione di ulteriori precedenti e riferimenti di dottrina).

Nel caso di specie, la Suprema Corte, d’accordo con i suoi precedenti arresti, ha ritenuto corretto il percorso logico effettuato dalla Corte d’Appello e ha negato alla ricorrente la qualificazione di residente.

Infatti, la destinataria dell’euromandato, infatti, aveva prodotto documenti (contratto di locazione, iscrizione all’anagrafe, contratto di lavoro) dai quali risultava che la sua presenza in Italia era iniziata pochi mesi prima dell’emissione del M.A.E., periodo di tempo ritenuto inidoneo ad integrare i caratteri di un radicamento stabile e rilevante.