Messa alla prova: illegittima la modifica del programma da parte del giudice senza il consenso dell’imputato.

Di Stefania Fazari -

Cass. pen, Sez. III, ud. 26 ottobre 2017, dep. 7 febbraio 2018, n. 5784

La Terza Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza in esame, riprendendo un principio già espresso in tema di sospensione del processo a carico di imputato minorenne, ha affermato che è illegittima la modifica del programma di trattamento, elaborato ai sensi dell’art. 464-bis, comma 2, c.p.p., che venga disposta dal giudice senza la consultazione delle parti e in assenza del consenso dell’imputato.

Nel caso di specie il giudice, nell’accogliere l’istanza di messa alla prova proposta dall’imputata in relazione al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 ter (per avere, quale amministratrice di una società per azioni, omesso di versare l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale per l’anno 2009, pari a Euro 278.497,00) aveva modificato il programma di trattamento predisposto dall’ufficio esecuzione penale esterna prescrivendo di procedere all’integrale pagamento della somma di Euro 278.497,00 a favore della Agenzia delle Entrate, entro il periodo di svolgimento della prova.

La Suprema Corte ha innanzitutto precisato che, in base al dato normativo contenuto nell’art. 464-quater, comma 4, c.p.p. nonché alla struttura dell’istituto, il giudice possa integrare o modificare il programma di trattamento ma solo con il consenso dell’imputato, altrimenti dovendo decidere sul programma elaborato dall’imputato d’intesa con l’ufficio esecuzione penale esterna nella sua originaria formulazione. Inoltre, ha osservato che l’indicazione contenuta nell’art. 168 bis, comma 2, c.p., ha natura prescrittiva ma non assoluta, come chiaramente evidenziato dalla locuzione “ove possibile”, sicché risulta ingiustificato ritenere che la sospensione del procedimento con messa alla prova sia necessariamente subordinata all’integrale risarcimento del danno, dovendo in concreto verificarsi se il risarcimento del danno sia o meno possibile, se la eventuale impossibilità derivi da fattori oggettivi estranei alla sfera di dominio dell’imputato, o se essa discenda dall’imputato, e se, in tale ultimo caso, sia relativa o assoluta e riconducibile o meno a condotte volontarie dell’imputato medesimo, potendo l’impossibilità ritenersi ingiustificata, e quindi potenzialmente ostativa alla ammissione alla messa alla prova, solo in tale ultima ipotesi.

Nel caso sottoposto al vaglio della Corte la prescrizione della integrale restituzione di quanto dovuto alla Agenzia alle Entrate risultava non solo priva del necessario consenso della imputata ma anche inesatta, alla luce della facoltà della imputata di  giovarsi della rottamazione del debito tributario, al fine di restituire ratealmente il solo capitale dovuto al netto degli interessi.