No all’arresto in flagranza sulla base di dichiarazioni della vittima o di terzi

Di Fabrizio Galluzzo -

(Cass. Pen. Sez. Un., 24 gennaio 2015, dep. 21 settembre 2016, n. 39131)

Con la sentenza in esame le Sezioni Unite hanno risolto un contrasto insorto in materia di arresto in flagranza affermando che “non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto”.
Il contrasto si incentrava sulla nozione della “quasi-flagranza”, ovvero se rientri in tale istituto l’ipotesi in cui la polizia giudiziaria proceda all’inseguimento dell’indiziato ed al relativo arresto sulla base di informazioni rese dalla persona offesa o da terzi nell’immediatezza del fatto.
La soluzione prescelta è aderente all’orientamento giurisprudenziale maggioritario (ex plurimis: Cass., Sez. III, 24.6.15, Amistà, n. 34899, in C.e.d. Cass., n. 264734; Cass., sez. I, 3.10.14, Quaresima, n. 43594, ivi, n. 260527) che, valorizzando il dato letterale dell’art. 382 c.p.p. che parla di inseguimento da parte della polizia giudiziaria dell’indiziato, in combinato con il requisito temporale dell’immediatezza (“subito dopo il reato”), richiede un collegamento funzionale tra la diretta percezione della condotta di reato e la privazione della libertà personale: l’arresto, risolvendosi in una rilevante limitazione di un diritto costituzionale, peraltro consentita non solo alla polizia giudiziaria ma anche ai privati, è giustificabile soltanto in presenza di un’elevata prognosi di colpevolezza dell’arrestato.
Analoga affidabilità non potrebbe essere, invece, attribuita ad elementi investigativi assunti dalla p.g. da parte di terzi.
Il filone minoritario (su tutte, Cass., Sez. III, 6.5.15, B., n.22136, in C.e.d. Cass., n. 263663) scorge, al contrario, l’ipotesi di “quasi-flagranza” anche laddove l’inseguimento prenda l’avvio da informazioni acquisite da terzi o dalla stessa persona offesa, senza “soluzione di continuità” tra il fatto di reato e le attività poste in essere per conseguire l’arresto, ivi incluse le indagini che trovino diretta origine nella notitia criminis appena appresa, anche se senza percezione diretta.
Nel motivare l’adesione al primo orientamento, tra le altre considerazioni, la Corte, premettendo che si tratta di norme «di stretta interpretazione e, quindi, non suscettibili di applicazione estensiva», ha sottolineato che se l’inseguimento parte «subito dopo il reato» è indispensabile che l’inseguitore abbia avuto una percezione diretta della condotta del reo, non rilevando le dichiarazioni di terzi o in ipotesi le dichiarazioni confessorie rese dall’indiziato, per la valutazione delle quali si instaurerebbe un procedimento probatorio estraneo alla funzione dell’istituto.