Non integra il dolo del reato di diffusione di materiale pedopornografico il mero utilizzo di programmi di file sharing

Di Matteo Piccirillo -

Cass. Pen., Sez. III, 4 maggio 2016 (dep. 7 ottobre 2016), n. 42433

Con la sentenza in oggetto la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del tema della pornografia minorile ed in particolare del delitto di divulgazione di materiale pedopornografico a mezzo Internet (art. 600-ter, comma 3).

Il ricorrente aveva censurato il ragionamento dei giudici di merito, i quali avevano ritenuto sussistente l’elemento soggettivo del reato solo per la circostanza che i files era stati scaricati mediante il programma di condivisione e-mule.

La Corte, in accoglimento della tesi difensiva, ha affermato che ai fini della sussistenza di questo reato non può bastare il mero utilizzo di programmi c.d. file sharing per lo scaricamento del materiale. Invero l’art. 600-ter, comma 3 c.p. presuppone non solo e non tanto l’intento di procurarsi materiale pedopornografico, quanto piuttosto la specifica consapevolezza e volontà di divulgarlo. In altri termini, altro è la volontà di scaricare un file tramite un software in grado di porlo automaticamente a disposizione di terzi, altro è la volontà di diffonderlo o di pubblicizzarlo nei confronti di essi. Pertanto, la volontà di divulgare il materiale pedopornografico deve essere accertata sulla base di una serie di elementi sintomatici, quali, ad esempio, l’eventuale creazione di apposite cartelle personalizzate destinate alla condivisione.

In definitiva, ad avviso della Corte, il delitto di divulgazione di materiale pedopornografico richiede la forma intenzionale del dolo. Diversamente opinando, ogniqualvolta il soggetto attivo per scaricare i contenuti pedopornografici si servisse di software in grado di permettere a tutti di visualizzare e scaricare a propria volta il materiale, la volontà di divulgare i files verrebbe presunta e si finirebbe per far scivolare verso la responsabilità oggettiva l’elemento psicologico del reato.