Non è reato il saluto romano “commemorativo”

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. I, 14 dicembre 2017 (dep. 20 febbraio 2018), n. 8108

La pronuncia in esame origina dal ricorso presentato dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano avverso una pronuncia assolutoria della Corte milanese in un procedimento per il reato di manifestazione fascista (art. 5 L. 20 giugno 1952, n. 645, c.d. legge Scelba). Nella specie gli imputati avevano partecipato ad un corteo commemorativo di un Consigliere Provinciale, militante di estrema destra, durante il quale avevano compiuto manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, esponendo bandiere e striscioni con croci celtiche e facendo il saluto romano.
Secondo il ricorrente le condotte contestate integrerebbero il reato in quanto oggettivamente idonee a provocare consensi, dovendosi ritenere irrilevante l’assenza di episodi di violenza e di armi. Peraltro egli richiama una sentenza della stessa sezione della Corte che aveva ravvisato gli estremi del reato in un contesto fattuale analogo, ossia durante una manifestazione commemorativa delle foibe (Cass., Pen., Sez. I, 25 marzo 2014, dep. 12 settembre 2014, n. 37577, Bonazza). In effetti nell’occasione la Corte aveva affermato che, ai fini del reato, non rilevano tanto i gesti e le grida in quanto tali, ma in quanto compiuti “in un particolare contesto, ossia durante una pubblica manifestazione in ricordo delle vittime delle foibe, il che costituisce condotta rispondente non solo al modello legale di riferimento ma alla stessa interpretazione adeguatrice testé ricordata. Il fatto che gli altri partecipanti alla manifestazione condividessero – come prospettato – l’ideologia fascista ed il ricorso agli atti simbolici nulla toglie alla pericolosità concreta della condotta, anzi ne rappresenta una conferma, trattandosi di comportamento idoneo a rafforzare una volontà di riorganizzazione tra più soggetti, né rileva il mancato compimento – durante la manifestazione – di atti di violenza che avrebbero dato luogo ad incriminazioni diverse ed ulteriori”.
La Suprema Corte ricorda che, alla luce degli interventi della Corte Costituzionale (Corte Cost. 6 dicembre 1958, n. 74 e 27 febbraio 1973, n. 15), la fattispecie non punisce ogni manifestazione tipica del disciolto partito fascista, ma solo quelle che comportino il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste in riferimento al momento e all’ambiente in cui sono compiute. Tra queste senza dubbio rientrano anche gesti e comportamenti, ma solo quali “possibili e concreti antecedenti causali di ciò che resta costituzionalmente proibito”. Ed infatti notoriamente la XII disposizione transitoria della Costituzione non vieta certo manifestazioni di pensiero, ma solo la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma, mentre l’ideologia fascista in sé non può essere vietata perché libera manifestazione del pensiero costituzionalmente protetta.
La Cassazione ribadisce che il reato in questione si configura come reato di pericolo concreto e come tale richiede uno specifico accertamento da parte del giudicante. In questo caso sia il giudice di primo grado, sia la Corte d’Appello avevano escluso qualsiasi serio pericolo di ricostituzione del partito fascista, visto il carattere meramente commemorativo del corteo che si era svolto in silenzio, senza canti o inni evocativi e senza armi o episodi di violenza.
La Corte dunque fa proprie le conclusioni dei giudici di merito: “i giudici hanno ritenuto dirimente la natura commemorativa della manifestazione (..). A questo esclusivo fine erano dunque dirette le condotte in contestazione senza alcun intento restaurativo del regime fascista”.
Inoltre la sentenza sottolinea che la giurisprudenza di legittimità ha invece correttamente ritenuto sussistente il reato in altri casi, ossia quando, ad esempio, il saluto romano venga compiuto durante un comizio elettorale brandendo un arma, oppure quando venga compiuto nell’aula di udienza subito dopo la lettura di una sentenza e venga accompagnato da ripetute grida di appartenenza al disciolto partito fascista o nazista. Secondo la Corte ciò che distingue queste ipotesi dai fatti di causa è che nei secondi, a differenza che nei primi, manca del tutto l’intenzione di restaurare il partito fascista, di raccogliere adesioni e soprattutto manca la concreta idoneità dei comportamenti a tale scopo.