I nove pilastri di una riforma costituzionale per l’attuazione dei principi del giusto processo

Di Gaetano Pecorella -

Il processo accusatorio è morto? Parrebbe di sì stando al titolo di una raccolta di scritti a cura dell’UCPI, del 2016, che reca il titolo: “Studi in memoria del processo accusatorio”. Le cause di questa “scomparsa” prematura sono analizzate dai più vari punti di vista, partendo dalle prassi distorte del c.d. doppio binario processuale, passando per le violazioni del diritto di difesa nel dibattimento, per concludere su un tema di attualità come il sistema Trojan horse. Tutte queste, però, non sembrerebbero malattie mortali, pur nella loro gravità. Il processo del 1988 è in realtà, nato morto, nel senso che aveva in sé i germi della sua dissoluzione.

Il modello di processo penale che avevano in mente i costituenti era sicuramente l’inquisitorio del 1930, tant’è che si limitarono a innestare su quel processo alcune garanzie per l’imputato. Senza sforzo la Corte Costituzionale ha decretato, a suo tempo, la fine del processo accusatorio, ancora in giovane età, ricorrendo al principio della conservazione degli atti, e quindi della utilizzabilità delle prove, raccolte dal P.M., in dibattimento e al fine del decidere. Si dovette cambiare la Costituzione per salvare il cuore dell’accusatorio, e cioè la separazione delle fasi processuali. Ma ciò non poteva bastare. Bisognava ripensare il modello costituzionale del processo penale con tutte le “stigmate” dell’accusatorio. Ho cercato di individuare i “pilastri” dell’accusatorio, quei “pilastri” che disegnerebbero in Costituzione un modello coerente e razionale di un nuovo rito penale.