Nuove coordinate in materia di 231: l’ultima della Cassazione su profitto di rilevante entità e condotte riparatorie nell’applicazione di misure interdittive

Di Martina Galli -

Cass. pen., sez. II, 9 febbraio 2016, dep. il 17 marzo 2016, n. 11209  

La Corte di Cassazione, chiamata a decidere sull’applicazione di una misura interdittiva emessa dal G.i.p. nei confronti di una società indagata per una serie di reati di corruzione, finalizzati ad assicurare alla società l’aggiudicazione di appalti da parte di enti locali, è venuta a pronunciarsi sull’interpretazione della nozione di “profitto di rilevante entità”, richiamato dall’art. 13, lett. a) d.lgs. 231/2001, nonché sui criteri di valutazione del corretto adempimento delle condotte riparatorie descritte dall’art. 17 della medesima normativa. Per quanto attiene al requisito finalizzato all’applicazione delle misure interdittive, la Suprema Corte, richiamando alcuni suoi precedenti insegnamenti (Cass. pen., Sez. VI, 23 giugno 2006, n. 32627, in Riv. pen., 2007, 10, pag. 1074 e Sez. Un., 27 marzo 2008, n. 26654, in C.E.D. Cass., n. 239924), ha chiarito come l’art. 13 evochi un concetto di profitto “dinamico”, da rapportarsi alla natura e al volume dell’attività d’impresa, comprensivo dei vantaggi economici anche non immediati e magari solo potenziali. La novità della pronuncia – che in questo si distacca dalle indicazioni, sempre ancorate a una visione schiettamente economica e comunque fondata su basi oggettive di giudizio, già offerte in tema di profitto rilevante ai fini della confisca ex art. 19 D.lgs. 231/2001 (in proposito v. Riverditi M., Esigenze di effettività e funzione preventiva condizionano (sempre in positivo?) l’applicazione del d.lgs. 231/2001: a proposito del profitto di rilevante entità e delle condotte riparatorie nelle dinamiche applicative delle misure interdittive, in www.penalecontemporaneo.it del 9.05.2016) – sta nell’individuazione di una serie di indici sintomatici, «espressivi di utilità economiche che causalmente ed ordinariamente sono ricollegabili all’aggiudicazione illecita». Tali indici, introducendo nell’oggetto del giudizio elementi non immediatamente traducibili in termini economici (es. «l’incremento del merito di credito dell’impresa presso gli istituti bancari e/o finanziari» o «il maggiore accesso ad appalti»), sarebbero in grado di cogliere la ratio del riferimento al requisito della “rilevanza” contenuto nell’art. 13, consentendo al giudice di merito di valutare se la portata del disvalore del reato e dell’illecito amministrativo sia tale da giustificare l’applicazione della più severa delle sanzioni previste dal d.lgs. 231/2001. Per ciò che invece riguarda il tema delle condizioni per potersi ritenere avvenuta la riparazione delle conseguenze del reato ai fini della revoca delle misure interdittive (ex art. 17 d.lgs. 231/2001), la Corte precisa che le forme di risarcimento intraprese dall’ente debbono essere effettivamente reintegratorie del patrimonio dell’offeso, non essendo sufficiente la mera “messa a disposizione” del danneggiato di somme potenziali o ipotetiche. In tale ambito, si esclude che la semplice costituzione di un trust possa, di per sé, essere considerata adempimento dell’obbligo risarcitorio, allorché tale strumento venga condizionato al passaggio in giudicato della sentenza di condanna nel giudizio penale.