Omessa dichiarazione: l’obbligo di dichiarare i redditi illeciti non viola il diritto di difesa

Di Antonella Ciraulo -

Cass. pen., Sez. III, 22 novembre 2017, n. 53137

Nella pronuncia in esame, la Cassazione ha statuito che in caso di imputazione per omessa dichiarazione, anche con riguardo a proventi illeciti, ex art. 5 d. lgs. 74/2000, non si può invocare a propria difesa il principio racchiuso nel brocardo nemo tenetur se detegere, per cui nessuno è tenuto a dimostrare la propria responsabilità penale, poiché quella dei redditi «non costituisce ex se una denuncia a proprio carico, ma soltanto una comunicazione inviata a fini fiscali, ed alla quale solo in via eventuale seguiranno accertamenti in ordine all’origine delle somme».
In particolare, il ricorrente era stato condannato in primo e secondo grado per il delitto di cui agli artt. 81 cpv. c.p., 5 D.lgs. n. 74/2000, alla pena di due anni e tre mesi di reclusione, per non avere presentato, quale titolare di un’omonima ditta individuale, la dichiarazione di redditi da attività illecita per un imponibile complessivo pari a quasi 6,5 milioni di euro, relativamente ai periodi di imposta 2005 e 2006.
La difesa ha dedotto, fra gli altri, il motivo dell’erronea applicazione dell’art. 5 D.lgs. n. 74/2000, in quanto la Corte di appello, confermando l’indirizzo secondo il quale dovrebbero essere dichiarati anche i redditi da attività illecita, avrebbe violato il principio del nemo tenetur se detegere, ribadito dalla Corte EDU (richiamando la giurisprudenza secondo cui il privato non potrebbe esser costretto a fornire all’amministrazione prove a sé sfavorevoli, dovendo accusa e difesa esser dotate delle stesse prerogative).
La Suprema Corte ha dichiarato manifestamente infondata la doglianza, affermando che «al di fuori di espresse previsioni normative operanti nel campo sostanziale e nel caso di specie non ricorrenti, il principio del nemo tenetur se detegere si qualifica come diritto di ordine processuale e non può dispiegare efficacia al di fuori del processo penale, con la conseguenza che esso giustifica la non assoggettabilità ad atti di costrizione tendenti a provocare un’autoincriminazione, ma non anche la possibilità di violare regole di comportamento poste a tutela di interessi non legati alla pretesa punitiva».
Ciò premesso, rileva la Corte che il diritto di difesa non comporta anche quello di arrecare offese ulteriori e, pertanto, «la circostanza che il possesso di redditi possa costituire reato e che l’autodenuncia possa violare il principio nemo tenetur se detegere è sicuramente recessiva rispetto all’obbligo di concorrere alle spese pubbliche ex art. 53 della Costituzione, dichiarando tutti i redditi prodotti (effettivi), espressione di capacità contributiva». D’altronde, aggiunge la Corte, è ormai incontestata e riconosciuta normativamente la tassabilità dei proventi illeciti, anche delittuosi.