Le Sezioni Unite sull’omesso versamento di ritenute previdenziali: individuazione dei criteri di imputazione

Di Gherardo Pecchioni -

Cass. Pen., Sez. Un., 18 gennaio 2018, dep. il 7 marzo 2018, n. 10424

Con la pronuncia in esame, le Sezioni Unite si occupano, per la prima volta a seguito della parziale depenalizzazione disposta con il d. lgs. 8/2016, del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, senza per altro che in merito fosse sorto alcun contrasto giurisprudenziale. Come è noto, infatti, con l’entrata in vigore del citato decreto, l’omesso versamento mantiene una sua rilevanza penale unicamente se concernente un importo superiore ai 10.000 euro annui. Si pone allora il quesito di come debba essere individuato tale importo, ossia se occorra far riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo, che coincide con il giorno 16 del mese successivo a quello cui si riferiscono i contributi. La questione assume, con ogni evidenza, una grande rilevanza pratica, poiché dall’uno o dall’altro criterio ne deriva l’inclusione o l’esclusione di determinate mensilità nel calcolo dell’importo rilevante ai fini della soglia di punibilità. Pertanto, pur, come già anticipato, in assenza di un contrasto giurisprudenziale, ma alla luce piuttosto di un contrasto tra la giurisprudenza di legittimità sin ad allora formatasi e la divergente interpretazione adottata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, la questione viene rimessa alle Sezioni Unite.

Gli Ermellini effettuano innanzitutto una disamina dei propri precedenti a seguito della novella del 2016, nei quali, spesso solo implicitamente, l’arco temporale rilevante ai fini della soglia di punibilità era sempre stato individuato con riferimento alle mensilità di erogazione della retribuzione. Pertanto, ad assumere rilievo era l’anno solare, da gennaio a dicembre, indipendentemente dal fatto che la consumazione del reato – non più istantanea dopo la riforma, ma prolungata – cessasse soltanto con la scadenza prevista per legge per l’ultima mensilità, ossia il 16 gennaio dell’anno successivo. Diversa è invece la scelta ermeneutica effettuata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali che, nell’organizzare i processi amministrativi di sua competenza, ai fini del calcolo dell’importo di 10.000 euro, computa il periodo compreso tra il 16 gennaio e il 16 dicembre di ogni anno, relativo alle retribuzioni corrisposte, rispettivamente, nel dicembre dell’anno precedente e nel novembre dell’anno in corso.

La Corte Suprema, pur riconoscendo come la disposizione in esame sia astrattamente compatibile con entrambe le opzioni ermeneutiche, fa propria l’impostazione del Ministero, ritenendola maggiormente conforme alla lettera e alla finalità della norma. Infatti, anche se “il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, […] la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge”. Pertanto, l’importo complessivo rilevante per la soglia di punibilità dovrà essere calcolato con riferimento non alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ma a quelle di scadenza dei versamenti contribuitivi; dunque computando il periodo tra il 16 gennaio e il 16 dicembre (relativo alle retribuzioni corrisposte dal dicembre dell’anno precedente al novembre di quello in corso) e non l’anno solare.