Peculato: “spese di rappresentanza” ed elemento soggettivo

Di Antonella Ciraulo -

Cass. pen., Sez. VI, 3 aprile 2017, n. 16529

Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha chiarito alcuni aspetti del reato di peculato in punto di elemento soggettivo, nella specifica ipotesi delle cd. “spese di rappresentanza”.
In particolare, il ricorrente era imputato di peculato per avere, nella qualità di Sindaco del Comune e Responsabile del Servizio, illecitamente autorizzato il pagamento in suo favore di ricevute e fatture relative a spese di rappresentanza che non rivestivano in realtà tale finalità.
Al riguardo, la Cassazione ribadisce l’orientamento richiamato altresì dai Giudici di merito, secondo cui «possono considerarsi “spese di rappresentanza” soltanto quelle destinate a soddisfare la funzione rappresentativa esterna dell’ente pubblico al fine di accrescere il prestigio della sua immagine e darvi lustro nel contesto sociale in cui si colloca».
I Giudici di merito avevano escluso che le spese enunciate nel capo di imputazione potessero rientrare nella predetta nozione di “spese di rappresentanza”, in quanto le occasioni conviviali a seguito delle quali le stesse erano state sostenute non rivestivano alcuna importanza pubblica locale, trattandosi piuttosto di riunioni politiche estranee ai fini istituzionali dell’Ente comunale, e, conseguentemente, le spese stesse non erano relative ad eventi che avessero in qualche modo rappresentato un incremento, in termini di maggiore risonanza anche mediatica, del prestigio e della complessiva immagine del Comune.
Tuttavia, la Corte di legittimità ha accolto il ricorso, annullando senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato, per difetto dell’elemento soggettivo del reato. Infatti, la Cassazione ha statuito che, nel caso di specie, vi è stata una difettosa percezione della realtà effettuale: non può sottacersi che le spese, pur non rientrando nella suddetta nozione, erano comunque riconducibili ad eventi e situazioni in qualche modo e in senso lato istituzionali e a finalità in qualche modo e in senso lato pubbliche.
Questi elementi, unitamente all’assenza di un vantaggio esclusivamente personale da parte dell’imputato, delineano secondo la Suprema Corte una sorta di errore di fatto rilevante ex art. 47, comma 1, c.p., idoneo ad «escludere il momento rappresentativo del dolo e cioè la certa consapevolezza, per un verso, della natura delle spese sostenute dal Sindaco come sicuramente non “di rappresentanza” e, per l’altro e conseguentemente, della appartenenza del denaro oggetto di appropriazione alla pubblica amministrazione».