Una prima pronuncia di incostituzionalità per la messa alla prova

Di Ottavia Murro -

Corte cost. 21 luglio 2016, n. 201

La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lett. e) c.p.p. nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso alla della facoltà dell’imputato di chiedere, mediante l’opposizione, la sospensione del procedimento con messa alla prova.

La questione è stata sollevata dal Tribunale di Savona, con ordinanza del 3 giugno 2015, nella quale si evidenziava che l’art. 460 comma 1 lett. e) c.p.p. contiene l’avviso, per l’imputato, della facoltà di poter accedere, attraverso l’opposizione, a tutti i riti speciali, meno che alla sospensione del processo con messa alla prova (per un’analisi dell’ordinanza si veda Murro O. Il mancato avviso, nel decreto penale di condanna, della facoltà di chiedere la messa alla prova è incostituzionale? in Ilpenalista.it – Focus del 16 febbraio 2016).

Nel merito la questione è stata ritenuta fondata e, condividendo tale pronuncia, appare opportuno ripercorrere brevemente il percorso argomentativo del Giudice delle Leggi.

La dimensione processuale della messa prova è il punto di partenza della sentenza in esame, che parifica tale istituto a tutti gli altri riti speciali, sancendo che il complesso dei principi elaborati sulle facoltà difensive per la richiesta dei riti speciali deve valere anche per il nuovo procedimento speciale.

Invero, l’art. 464 bis comma 2 prevede i termini perentori entro i quali formulare la richiesta di messa alla prova, articolati secondo le sequenze procedimentali dei vari riti. Tuttavia, seppure il legislatore ha stabilito che nell’ipotesi di decreto penale di condanna l’imputato possa richiedere la messa alla prova con l’atto di opposizione, ha omesso di integrare l’art. 460 comma 1 c.p.p., non inserendo tra gli avvisi anche quello concernente la facoltà di richiedere messa alla prova.

Il richiamo alle precedenti pronunce appare quasi doveroso, infatti, la costanze giurisprudenza costituzionale ha a più riprese ribadito che la richiesta di riti costituisce anch’essa una modalità, tra le più qualificanti, di esercizio del diritto di difesa (Corte cost., 20 febbraio1993, n. 76; 7 marzo1996, n. 70; 13 maggio 2004, n. n. 148; 7 luglio 204, n. n. 219; 22 ottobre 2012, n. 237), e, pertanto, l’avviso all’imputato costituisce una garanzia essenziale per il godimento di tale diritto.

La mancanza, ovvero l’insufficiente indicazione dell’avvertimento di richiedere un rito alternativo – quando il termine per la richiesta è anticipato rispetto alla fase dibattimentale – può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedervi, con conseguente violazione degli artt. 3 e 24 Cost. Pertanto, poiché nel procedimento per decreto il termine per la richiesta dei riti è anticipato rispetto al giudizio, l’assenza dell’avviso della facoltà riservata all’imputato di richiedere anche la messa alla prova determina un pregiudizio irreparabile, come verificatosi nel giudizio a quo, comportando una lesione del diritto di difesa e una violazione del principio di uguaglianza.

Per un’analisi sui profili di incostituzionalità della messa alla prova e sulle altre questioni di illegittimità già sollevate, Della Torre, J., I dubbi sulla legittimità costituzionale del probation processuale: molteplici le ordinanze di rimessione alla Corte costituzionale, in dirittopenalecontenporaneo.it, dell’11 febbraio 2016.

Avv. Ottavia Murro