I rapporti tra il principio di “affidamento” e della responsabilità di equipe

Di Federico Emiliani -

Cass. Pen. Sez. IV., ud. 20 aprile 2017 (dep. 31 maggio 2017), n. 27314

La Corte di Cassazione torna ad affrontare la questione circa gli esatti confini applicativi della responsabilità dei componenti di una equipe medica.
La vicenda sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità vedeva coinvolto un medico condannato in entrambi i gradi di merito per il decesso di un paziente, sottoposto ad un intervento di colecistectomia per via laparoscopica, avvenuto a seguito di una lesione dell’aorta (verificatasi durante l’intervento) non correttamente suturata.
Nell’ambito dell’operazione, le funzioni dell’imputato erano quelle di mantenere il divaricatore e l’aspiratore per consentire all’operatore di ispezionare l’addome. Il chirurgo che aveva proceduto all’intervento ed alla sutura dell’aorta aveva definito la propria posizione processuale mediante patteggiamento.
Il Supremo Collegio rileva come in casi del genere sia necessario confrontarsi e bilanciare due opposti principi.
Da un lato vi è l’esigenza per cui ogni sanitario che operi in equipe, oltre ad esser tenuto al rispetto delle regole di cautela tipiche della propria attività, deve altresì conoscere e valutare le condotte precedenti e contestuali tenute da altri colleghi (ancorché specialisti di altri settori) e, se del caso, porre rimedio ad eventuali errori altrui – sempre che tale condotta possa ritenersi esigibile da lui sulla base della comune conoscenza scientifica del professionista medio.
Dall’altro però, onde evitare addebiti a titolo di responsabilità oggettiva, dovrà pur sempre esser considerato anche il fondamentale principio di “affidamento”, secondo il quale “ogni soggetto non dovrà ritenersi obbligato a delineare il proprio comportamento in funzione del rischio di condotte colpose altrui, ma potrà sempre fare affidamento, appunto, sul fatto che gli altri soggetti coinvolti agiscano nell’osservanza delle regole di diligenza proprie”.
Da ciò ne deriva che, qualora l’evento si sia verificato a causa della condotta tenuta solo da uno (o da alcuni) dei membri del gruppo medico, per poter estendere la responsabilità anche agli altri sanitari andrà effettuata una valutazione che tenga conto delle mansioni e dei ruoli funzionali – e “gerarchici” – attribuiti a ciascuno e della situazione concreta in cui si è verificato l’evento.
All’interno di tale quadro di riferimento è possibile distinguere tra le fasi dell’intervento in cui vi è una attività “corale”, ove ognuno esercita e deve esercitare il controllo sul buon andamento dello stesso e le fasi in cui, “distinti nettamente, nell’ambito di un’operazione chirurgica, i ruoli ed i compiti di ciascun elemento dell’equipe, dell’errore o dell’omissione ne può rispondere solo il singolo operatore che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica”.