È reato accedere alla casella di posta di qualcun altro quando si conosce la password?

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. V, 6 giugno 2017 (dep. 17 novembre 2017), n. 52572

Si segnala questa interessante pronuncia della Suprema Corte in tema di accesso abusivo a sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.).
Nella fattispecie l’imputata era chiamata a rispondere del delitto previsto dall’art. 615-ter c.p. per aver effettuato due accessi alla casella di posta elettronica dell’ex marito di cui conosceva la password perché l’uomo in passato gliel’aveva comunicata e le aveva anche consentito l’accesso. Oltre agli accessi, poi, alla donna era contestato anche l’aver modificato la password e l’aver cambiato la domanda di recupero della stessa con una frase ingiuriosa.
La Corte anzitutto ricorda che l’accesso abusivo alla casella di posta elettronica integra il reato punito dall’articolo 615-ter c.p. perché la casella di posta elettronica è da considerarsi a tutti gli effetti uno spazio di memoria, protetto da una password personalizzata, di un sistema informatico destinato alla memorizzazione di messaggi o di informazioni, nell’esclusiva disponibilità del suo titolare identificato da un account registrato presso il provider del servizio (cfr. Cass., Pen., V Sez. 28 ottobre 2015, n. 13057).
Quanto poi al carattere “abusivo” dell’accesso, la Corte osserva che il ricorrente ne aveva sostenuto l’insussistenza nel caso concreto perché, a suo avviso, la norma richiederebbe l’uso di espedienti fraudolenti idonei ad aggirare le misure di protezione del sistema, mentre in questa vicenda non solo non erano stati impiegati espedienti di alcun tipo, ma addirittura era stato proprio il titolare della casella di posta ad aver comunicato alla donna la password di accesso.
Secondo la Suprema Corte, tuttavia, la circostanza che l’imputata fosse a conoscenza della password non esclude affatto la sussistenza del reato. Infatti, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, l’art. 615-ter c.p. non presuppone necessariamente una condotta di “forzatura” delle chiavi di accesso del sistema informatico; al contrario il carattere abusivo consiste unicamente nell’accesso o nel mantenimento nel sistema da parte di un soggetto che, pure essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso (cfr. anche Cass., Pen., Sez. Un., 27 ottobre 2011, n. 4694).
Nel caso specifico, dunque, il fatto che la donna avesse utilizzato la password, pur ottenuta con il consenso del titolare, per entrare nella casella di posta, modificare detta password ed impostare una diversa domanda di recupero, deve ritenersi incompatibile con il rispetto delle regole impartite dal titolare perché rende impossibile per quest’ultimo l’accesso al sistema e quindi integra pienamente il delitto punito dall’art. 615-ter c.p.