Il reato continuato preclude l’applicazione dell’art. 131-bis c.p.

Di Matteo Piccirillo -

Cass., Pen., Sez. VI, 12 gennaio 2018 (dep. 13 marzo 2018), n. 11378

La pronuncia in esame offre spunti interessanti in relazione a due profili distinti, ossia la possibilità di applicare l’art. 131-bis c.p. in presenza di un reato continuato e l’eventuale sussistenza della continuazione in caso di più condotte di peculato d’uso concentrate in un breve lasso di tempo.
Il primo problema si pone perché a norma dell’art. 131-bis c.p. la punibilità è esclusa solo quando il comportamento risulta non abituale. Ora, la prevalente giurisprudenza di legittimità ritiene che il reato continuato configuri un comportamento “abituale” nel senso indicato dalla norma e dunque sia ostativo al riconoscimento del beneficio (Cass., Pen., Sez. VI, 15 maggio 2017, n. 48352). In particolare, se è vero che il riferimento ai delinquenti abituali, professionali e per tendenza vada limitato alle condizioni specifiche che presuppongono un precedente accertamento giurisdizionale, non altrettanto può dirsi per le nozioni di reati della stessa indole, di condotte plurime, abituali e reiterate: infatti tali espressioni sembrano piuttosto suggerire l’intenzione da parte del legislatore di lasciare fuori dal beneficio ogni ipotesi di ripetuta violazione della legge penale e tra queste anche il reato continuato.
In senso contrario si muovono quelle pronunce, invero pochissime, secondo le quali l’applicazione della causa di non punibilità sarebbe automaticamente preclusa solo con riguardo alle condotte connotate da serialità e abitudine al crimine, nonché ai reati strutturalmente abituali o reiterati nel tempo, mentre in tutti gli altri casi, e quindi anche per la continuazione, il giudice dovrebbe restare libero di apprezzare in concreto se i predetti indici di attitudine al crimine sussistano o meno (Cass., Pen., Sez. II, 26 aprile 2017, n. 19932). La conclusione d’altra parte avrebbe il pregio sia di evitare automatismi generalizzanti, sia di favorire la deflazione del carico processuale, principale ratio ispiratrice dell’introduzione della norma.
La sentenza in commento aderisce acriticamente al primo e maggioritario orientamento, osservando in modo lapidario che il reato continuato configura un comportamento “abituale” ostativo al riconoscimento del beneficio, “essendo il segno di una devianza non occasionale”.
Il secondo aspetto della sentenza da rimarcare concerne il dubbio che nella specie sussista un unico reato invece che più reati legati dal vincolo della continuazione.
A tale proposito all’imputata, dipendente di una società concessionaria di servizi comunali, venivano contestate alcune telefonate di carattere personale effettuate tra maggio e luglio 2011 mediante l’apparecchio dell’ufficio. Ebbene, secondo la Cassazione la fattispecie integra sicuramente il c.d. peculato d’uso (art. 314 c. 2 c.p.). Tuttavia, pur trattandosi di singole condotte, visto l’unitario contesto spazio-temporale nel quale si sono verificate, esse vanno “di fatto a costituire una unica condotta inscindibile”. Ancora, “le singole telefonate poste in essere dall’imputata devono, quindi, essere considerate come un’unica condotta e non come condotte plurime, eventualmente avvinte dal vincolo della continuazione” e pertanto non vi sono ostacoli all’applicazione dell’art. 131-bis c.p.
In definitiva la Cassazione ritiene incompatibile con l’art. 131-bis c.p. il reato continuato, tuttavia invita l’interprete a rifuggire dall’approssimazione pratico-applicativa di ricondurre sempre nell’alveo del reato continuato la pluralità naturalistica di comportamenti illeciti, a verificare l’eventuale sussistenza di un’unica condotta e di conseguenza a valutare in queste ipotesi la possibile applicazione della causa di non punibilità.