Riforma Orlando: le modifiche al trattamento sanzionatorio

Di Matteo Piccirillo -

Sommario – 1. Una breve premessa – 2. I singoli interventi – 3. Un quadro d’insieme – 4. Le conseguenze in tema di misure cautelari – 5. Le conseguenze sull’esecuzione delle pene.

1. – Una breve premessa
Il maxi-emendamento con cui il Senato ha recentemente approvato il c.d. d.d.l. Orlando contiene una serie di commi (da 5 a 9) dedicati all’inasprimento del trattamento sanzionatorio di alcuni reati. In questo senso la riforma può ritenersi in continuità con gli ultimi interventi in materia di associazione mafiosa e di delitti contro la pubblica amministrazione (l. n. 69/2015), nonché con l’introduzione dei reati di omicidio e lesioni stradali (l. n. 41/2016), tutti chiaramente ispirati da finalità repressive.
Per meglio cogliere il significato della riforma conviene dapprima elencare schematicamente le singole modifiche, poi delineare un quadro d’insieme ed, infine, tentare di prevedere alcune delle sue possibili conseguenze.

2. – I singoli interventi
Per effetto della riforma, il delitto di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.), precedentemente punito con la reclusione da quattro a dieci anni, viene punito con la reclusione da sei a dodici anni.
Il furto in abitazione e con strappo (art. 624-bis c. 1 e c. 2 c.p.) prevede ora la reclusione da tre a sei anni e la multa da 927 a 1.500 euro, a fronte di un precedente trattamento sanzionatorio compreso tra uno e sei anni di reclusione e tra euro 309 ed euro 1.032 di multa. Quanto poi alla fattispecie aggravata prevista dal terzo comma: viene aumentata la pena detentiva minima, per cui in presenza di una o più circostanze aggravanti indicate nel primo comma dell’articolo 625 ovvero di una o più circostanze ex art. 61, la pena è della reclusione da quattro (in precedenza tre) a dieci anni, e viene aumentata anche la pena pecuniaria, che diventa da euro 927 ad euro 2.000 di multa (prima da 206 a 1.549 euro). Infine viene aggiunto un comma che stabilisce che le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 625-bis, concorrenti con una o più delle circostanze aggravanti di cui all’art. 625, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle predette circostanze aggravanti.
Il DDL modifica anche l’art. 625 c.p. in tema di aggravanti del furto, portando a due anni la pena detentiva minima (prima un anno) ed inasprendo la multa, ora compresa tra euro 927 ed euro 1.500 (prima tra 103 e 1.032 euro).
Il delitto di rapina (art. 628 c.p.) vede aumentata la propria pena base, che passa da tre a quattro anni di reclusione, e la pena pecuniaria, che da euro 516 a euro 2.065 sale ad una cornice edittale compresa tra euro 927 ed euro 2.500. Inoltre la pena per le ipotesi aggravate previste dal terzo comma dell’art. 628 c.p. diventa la reclusione da cinque a venti anni e la multa da euro 1.290 ad euro 3.098 (in precedenza la pena detentiva minima era fissata in anni quattro e mesi sei, mentre quella pecuniaria minima era pari ad euro 1.032). Infine viene aggiunto il seguente comma: se concorrono due o più delle circostanze di cui al terzo comma del presente articolo, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61, la pena è della reclusione da sei a venti anni e della multa da euro 1.538 a euro 3.098.
Il reato di estorsione aggravata (art. 629 c. 2 c.p.) per effetto della riforma viene punito con la pena da sette a venti anni, mentre in precedenza il minimo edittale era pari a sei anni di reclusione.

3. – Un quadro d’insieme
Il primo dato di questa riforma che immediatamente balza all’occhio è la precisa scelta di elevare i minimi edittali dei reati in questione. Si tratta di reati particolarmente odiosi per i consociati, onde la scelta di renderne più severa la punizione risponde indubbiamente alla volontà di placare l’allarme sociale da essi prodotto a fronte di una forte richiesta dell’opinione pubblica a provvedere in tal senso. [In realtà, secondo la sezione sicurezza del Rapporto Bes 2016 (Rapporto sul Benessere equo e sostenibile) redatto da ISTAT, tutti i delitti patrimoniali di stampo predatorio, dopo aver conosciuto un costante aumento fino al 2014, a partire dal 2014/15 hanno fatto registrare un discreto calo che è proseguito anche nel 2016. Resta effettivamente alto l’indicatore della percezione della preoccupazione per questo tipo di reati, specie per il furto in abitazione].
In secondo luogo va rilevato anche l’aumento generalizzato delle pene pecuniarie di questi reati, salvo per il delitto di scambio elettorale politico-mafioso (che d’altra parte non la prevedeva); sul fatto che in tal modo si possa ottenere un maggior effetto deterrente è quantomeno lecito dubitare, visto il tipo di criminalità cui di solito afferiscono.
Il terzo aspetto da sottolineare è il divieto di equivalenza/prevalenza delle attenuanti – salvo quelle previste dagli artt. 98 e 625-bis c.p. – in materia di furto in abitazione e con strappo, aggravati ai sensi dell’art. 625 c.p., nonché l’obbligo per il giudice di procedere in questi casi prima all’aumento di pena per le aggravanti per poi, sulla pena così risultante, applicare la diminuzione per le attenuanti. La riforma ripropone sostanzialmente quanto già previsto dall’art. 628 c.p. ultimo comma per il delitto di rapina, suscitando quindi le medesime perplessità sulla non coerenza di simili scelte rispetto alla funzione cardine delle circostanze, ossia quella di avvicinare il più possibile la valutazione legale al reale disvalore dei fatti concreti, così da meglio commisurare il trattamento sanzionatorio in vista di una maggiore possibile individualizzazione della responsabilità penale.
In ogni caso, se l’innalzamento della pena massima dei reati implica come conseguenza automatica e voluta dal legislatore il fatto di renderne più difficile l’estinzione per prescrizione, gli effetti degli aumenti del minimo edittale si dispiegano principalmente sul terreno delle misure cautelari e su quello dell’esecuzione della pena.

4. – Le conseguenze in tema di misure cautelari
Quanto alle misure cautelari, visti i massimi edittali dei delitti in esame – non toccati dalla riforma ad eccezione di quello del reato punito dall’art. 416-ter c.p. – era e resta ben possibile l’applicazione di tutte le misure cautelari personali coercitive, compresa la custodia in carcere. L’innalzamento della pena minima determina comunque una serie di conseguenze non marginali.
Anzitutto va ricordato che l’art. 274 c.p.p. annovera tra le esigenze cautelari il pericolo di fuga, purché però il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore a due anni. Ora, è evidente che l’accorciamento verso l’alto delle cornici edittali rende molto difficile, anche per i casi di minore gravità, una prognosi negativa circa l’applicazione di una pena pari o inferiore a due anni. Si pensi semplicemente al furto aggravato a norma dell’art. 625 c.p., che, per effetto della riforma, passa da un minimo edittale di anni uno ad un minimo di anni due, per non parlare del furto in abitazione e con strappo e della rapina, specie per il divieto di equivalenza/prevalenza delle attenuanti su talune aggravanti e sull’obbligo di calcolare le relative diminuzioni sulla pena aggravata.
Per gli stessi motivi è lecito attendersi un maggior impiego delle misure cautelari custodiali per questi reati. Infatti, poiché l’art. 275, co. 2-bis, prima parte, c.p.p. esclude la possibilità di disporre gli arresti domiciliari o la custodia in carcere se il giudice ritiene che possa essere concessa la sospensione condizionale della pena, l’aumento dei minimi edittali finisce per aprire sempre più le porte della custodia preventiva. Potrebbe quindi applicarsi la custodia in carcere, per ipotesi, persino a colui che abbia commesso “soltanto” un furto con strappo in una stazione sul bagaglio di un viaggiatore, fattispecie punita grazie alla riforma con la reclusione da quattro a dieci anni e non più bilanciabile con le attenuanti salvo quelle sopra ricordate.
Va anche ricordato il disposto dell’art. 275 co. 2-bis, seconda e terza parte, c.p.p. secondo cui di regola non può essere applicata la misura carceraria se si ritiene che all’esito del giudizio sarà irrogata una pena non superiore a tre anni. Con il d.d.l. nulla cambia sotto questo profilo per l’art. 624-bis c.p., già escluso dall’applicazione della norma in virtù dell’ultima parte dello stesso comma, ma l’inasprimento della pena minima del furto aggravato ex art. 625 c.p. e della rapina “semplice” sembrano sminuire fortemente la portata garantista della norma per questi delitti, persino in riferimento a fatti fino ad oggi non così gravi da meritare la carcerazione preventiva.

5. – Le conseguenze sull’esecuzione delle pene
È probabile che le conseguenze più significative della riforma riguarderanno soprattutto l’esecuzione delle pene di questi delitti: infatti, i nuovi minimi edittali renderanno molto più difficile l’accesso alle misure alternative alla detenzione ed alla sospensione condizionale della pena, con un inevitabile aumento della popolazione carceraria. A conti fatti, per il furto aggravato (punito come detto con almeno due anni di reclusione) viene per la maggior parte dei casi preclusa la detenzione domiciliare ordinaria, mentre per il più volte citato furto in abitazione o con strappo (che passa da anni uno ad anni tre di pena minima, quattro nell’ipotesi aggravata) e per la rapina (quattro anni di minimo edittale) anche l’affidamento in prova al servizio sociale, per non parlare del delitto di scambio politico-mafioso (sei anni di minimo edittale, quattro in precedenza) e di estorsione aggravata (sette nel minimo) già difficilmente inquadrabili entro i limiti per la concessione delle misure, persino con i benefici di un rito alternativo. Per di più, considerando il limite di tre anni imposto dall’art. 656 c. 5 c.p.p. per la sospensione dell’ordine di esecuzione, è prevedibile l’aumento nelle carceri di condannati in attesa di poter eventualmente fruire di misure alternative alla detenzione [Va però anche detto che la riforma delega il governo a fissare in anni quattro il limite di pena che impone la sospensione dell’ordine di esecuzione (maxi-emendamento comma 85, lettera c)].
Pertanto l’esigenza socialmente avvertita di colpire i reati di tipo predatorio, esigenza sicuramente alla base di questo specifico intervento, potrebbe finire per riempire gli istituti carcerari di una categoria di reati già ampiamente rappresentata [Stando all’Annuario statistico italiano 2016 (ISTAT), i detenuti per reati contro il patrimonio rappresentano il 57,3% della totalità della popolazione carceraria] onde viene da chiedersi se il massiccio ricorso alla pena segregante possa realmente fornire apprezzabili risultati in termini di deterrenza e di non ricaduta nel reato.
Da ultimo, la riforma pare palesare qualche profilo di contraddizione visto che alla stretta sanzionatoria si accompagna la delega per la riforma del sistema penitenziario. In particolare, il comma 85 del maxi-emendamento delega il governo ad adottare misure per la revisione delle modalità e dei presupposti di accesso alle misure alternative, sia con riferimento ai presupposti soggettivi sia con riferimento ai limiti di pena, al fine di facilitare il ricorso alle stesse, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale. Vedremo se ed in quale misura verrà data attuazione ad una simile delega, la quale, comunque, pare allo stato molto generica.