RIFORMA ORLANDO: IL “NODO” DELLA PRESCRIZIONE

Di Davide Bianchi -

SOMMARIO: 1.Il nuovo dies a quo per i reati di cui all’art. 392, comma 1 bis, c.p.p. – 2. La ridefinizione delle cause sospensive: verso la “processualizzazione” della prescrizione? – 3. Le interpolazioni in tema di interruzione della prescrizione. – 4. Regime transitorio. – 5. Rilievi conclusivi.

Tra i significativi interventi previsti in materia penale sostanziale dal “maxiemendamento” AS 2067-A, recentemente approvato al Senato e ora rimesso al vaglio della Camera dei deputati, spicca certamente la riforma della disciplina della prescrizione. Questa, in particolare, interessa numerose – nevralgiche – disposizioni del codice penale: l’art. 158 (Decorrenza del termine della prescrizione), aggiungendovi un nuovo comma; l’art. 159 (Sospensione del corso della prescrizione), di fatto riscrivendolo; l’art. 160 (Interruzione del corso della prescrizione), aggiungendo un inciso al secondo comma; l’art. 161 (Effetti della sospensione e della interruzione), sostituendo il primo comma e interpolando il secondo.

1.Il nuovo dies a quo per i reati di cui all’art. 392, comma 1 bis, c.p.p.
La riforma introduce un ulteriore comma all’art. 158 c.p., prevedendo un deciso slittamento in avanti del termine iniziale del decorso della prescrizione – come noto, fissato di regola nel momento di consumazione del reato (art. 158, comma 1, c.p.) – limitatamente ai delitti individuati dal comma 1 bis dell’art. 392 c.p.p., sempreché siano stati realizzati in danno di un minore. Si tratta di una serie di gravi reati offensivi di beni fondamentali quali la personalità e la libertà e integrità sessuale: maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), tratta di persone (artt. 600, 601 e 602 c.p.), sfruttamento sessuale di minori (artt. 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies c.p.) e violenza sessuale (artt. 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 609-undecies c.p.) e stalking (art. 612-bis c.p.).
Il riformatore ha voluto riservare alla vittima – minorenne – di tali perniciosi reati “un tempo congruo per denunciare il fatto una volta superata la propria situazione di dipendenza morale e materiale dall’autore degli abusi” [Così la Relazione della Commissione Fiorella – per lo studio di possibile riforma della prescrizione (23 aprile 2013)], andando a prevedere che “il termine della prescrizione decorre dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa, salvo che l’azione penale sia stata esercitata precedentemente. In quest’ultimo caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato”.
La ratio della nuova norma derogatoria è piuttosto chiara, così come lo sono le sue radici: in primis, la c.d. Convenzione di Instanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), che all’art. 58 impone alle Parti di adottare “le misure legislative e di altro tipo necessarie per garantire che il termine di prescrizione per intentare un’azione penale relativa ai reati [de quibus] sia prolungato per un tempo sufficiente e proporzionale alla gravità del reato, per consentire alla vittima minore di vedere perseguito il reato dopo avere raggiunto la maggiore età”, ed altresì l’articolato proposto dalla Commissione governativa Fiorella, che aveva inteso dare attuazione all’obbligo convenzionale posticipando il dies a quo della decorrenza della prescrizione al compimento del quattordicesimo anno di età della persona offesa.
Se è indubbio che i reati in questione siano particolarmente “odiosi” e che sussistano peculiari esigenze di tutela delle vittime, specie se minorenni, si può sin d’ora rilevare come siffatto intervento sulla prescrizione c.d. sostanziale (si ridescrive lo stesso termine iniziale del “tempo dell’oblio”) si cumuli, da un lato, con il vigente raddoppio dei termini prescrizionali sancito all’art. 157, comma 6, c.p. proprio in ordine, tra gli altri, ai delitti presi in considerazione dalla riforma, con la sola significativa eccezione di quello di atti persecutori [Il cui affiancamento a fattispecie “atroci”, quali la riduzione in schiavitù o la prostituzione minorile, pare in effetti poco ragionevole, seppur “fomentato” dalla richiamata Convenzione di Istanbul (ma il ragionamento potrebbe esser esteso anche alla nebulosa fattispecie di maltrattamenti in famiglia)], e, dall’altro lato, con le nuove cause sospensive oggetto del medesimo D.D.L. AS 2067-A (che come vedremo possono comportare una ulteriore espansione dei termini prescrizionali fino a tre anni) [Senza poi contare che i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (art. 600 c.p.), tratta di persone (art. 601 c.p.) e acquisto e alienazione di schiavi (art. 602 c.p.) sono già di fatto imprescrittibili ex art. 161, comma secondo, c.p.]; talché il procrastinamento del termine iniziale al raggiungimento del diciottesimo anno d’età da parte del soggetto passivo appare forse eccessivo, potendo risultare sacrificata in maniera sproporzionata “l’esigenza che l’intervento penale non abbia luogo a una distanza eccessiva dal fatto, con conseguenti difficoltà di ricostruzione probatoria del fatto medesimo e correlativi ostacoli all’esercizio del diritto di difesa da parte dell’imputato” [Sono ancora le parole della Relazione della Commissione Fiorella cit.], il quale, val la pena di ricordare, è presunto innocente sino all’accertamento definitivo della sua colpevolezza e, comunque, ha diritto ad esser giudicato in tempi ragionevoli.
In questo nuovo bilanciamento d’interessi non del tutto immune da dubbi di ragionevolezza, si pone come ulteriormente irragionevole l’eccezione all’eccezione che prevede l’anticipazione del dies a quo all’acquisizione della notizia di reato (si presume da parte dell’Autorità Giudiziaria o della Polizia Giudiziaria) nel caso in cui l’azione penale sia stata esercitata precedentemente al compimento della maggiore età da parte della persona offesa. Non si capisce, infatti, per quale motivo nelle ipotesi in cui la notitia criminis sia già pervenuta e già siano in corso le indagini, la prescrizione debba comunque rimanere “congelata” fino ai diciotto anni della vittima a meno che, prima di tale data, il P.M. sia già riuscito ad emettere la richiesta di rinvio a giudizio.

2. La ridefinizione delle cause sospensive: verso la “processualizzazione” della prescrizione?
Il sistema delle cause di sospensione della prescrizione viene ad esser profondamente modificato e – come già autorevolmente sottolineato [G. Spangher, La riforma Orlando della giustizia penale: prime riflessioni, in Dir. pen. cont. riv. trim., 2016, p. 90] – rappresenta certamente il “nocciolo duro” della riforma in subiecta materia.
In primo luogo, si provvede al restyling dell’ipotesi di autorizzazione a procedere, trasfondendo nel n. 1 del primo comma dell’art. 159 c.p. la disciplina prima contenuta nel comma secondo (oggetto di consequenziale abrogazione), secondo cui la sospensione della prescrizione opera dalla presentazione della richiesta da parte del pubblico ministero sino al giorno in cui l’autorità competente l’accoglie (restando però dubbia la regula iuris per i casi di rigetto della richiesta d’autorizzazione a procedere) [La dottrina maggioritaria ritiene ad oggi che la prescrizione riprenda a decorrere dal giorno in cui l’autorizzazione viene negata, ma non mancano le voci discordanti; sul punto v. A. Trabacchi, sub Art. 159, in E. Dolcini – G.L. Gatta (a cura di), Codice penale commentato, Wolters Kluwer, 2015, p. 2189].
In secondo luogo, si precisa che in ipotesi di deferimento della questione ad altro giudizio la prescrizione è sospesa “sino al giorno in cui viene decisa la questione” (frase aggiunta al n. 2 del primo comma dell’art. 159 c.p.); fermo restando che il termine iniziale della causa sospensiva è dato dalla definitività dell’ordinanza con cui il giudice penale ha disposto la sospensione del processo (o del procedimento) e che questi, decorso un anno, può sempre revocare tale ordinanza, con conseguente ripresa del corso della prescrizione anche se la questione non sia stata ancora definita dal giudice civile o amministrativo. L’art. 479, comma 3, c.p.p., infatti, non è stato toccato dalla riforma e deve intendersi prevalente rispetto alla norma generale di nuova introduzione, che prima facie sembrerebbe pretendere una sospensione della prescrizione seccamente perdurante fino alla definizione della questione pregiudiziale, a prescindere dall’esercizio del potere di revoca conferito al giudice penale da tale disposizione processuale.
In terzo luogo, viene aggiunto il n. 3-ter) sempre al primo comma dell’art. 159 c.p., introducendo quale nuova ipotesi di sospensione le “rogatorie all’estero, dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l’autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria” [In ciò recependo in toto l’articolato scaturito dai lavori della Commissione Fiorella cit.]. Fattispecie questa che risulta consonante con la ratio propria dei nn. 1) e 2) della disposizione, i quali – come lucidamente osservato [A. Martini, Le cause di estinzione del reato e della pena, in G.A. De Francesco (a cura di), Le conseguenze sanzionatorie del reato, Giappichelli, 2011, p. 275] – sono da considerarsi espressivi di “fenomeni di stasi del processo imposti da esigenze non assolvibili al suo interno” ma funzionali al suo corretto sviluppo.
Ma soprattutto, dopo il primo comma dell’art. 159 c.p. (che elenca i casi – tassativi – di sospensione della prescrizione) sono inseriti tre commi che rivoluzionano l’assetto ed anche il senso delle cause sospensive: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi: 1) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi; 2) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi. I periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l’imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale. Se durante i termini di sospensione di cui al secondo comma si verifica un’ulteriore causa di sospensione di cui al primo comma, i termini sono prolungati per il periodo corrispondente” [Anche su questo punto centrale è stata forte l’influenza del Progetto Fiorella, il quale però, a differenza del D.D.L. in commento, si poneva quale riforma organica e sistematica dell’intera materia].
Con ciò si è parzialmente accolta quella distinzione tra prescrizione sostanziale (che definirebbe il c.d. tempo dell’oblio per ciascun fatto di reato) e prescrizione processuale (che invece mirerebbe a definire la ragionevole durata del processo una volta manifestatosi l’interesse punitivo dello Stato) che sta alla base di plurime proposte di riforma autorevolmente formulate in passato [Si veda l’efficace ricostruzione di F. Viganò, Riflessioni de lege lata e ferenda su prescrizione e tutela della ragionevole durata del processo, in Dir. pen. cont. riv. trim., 2013, p. 18 ss.] e si è così andati nella direzione di un affrancamento dei tempi del processo dal tempo-limite entro cui l’episodio astrattamente sussumibile nella fattispecie incriminatrice conserva una sua rilevanza effettiva per il magistero punitivo. Infatti, una volta raggiunto il “traguardo” della condanna in primo grado, la prescrizione arresta il suo corso sino alla pronuncia del provvedimento che definisce il grado successivo di giudizio e altrettanto si verifica in caso di condanna in appello e conseguente impugnazione. Si tratterebbe, nella sostanza, di una sorta di imprescrittibilità sopravvenuta con la condanna di primo grado, se non fosse che, per un verso, la prescrizione riprende a decorrere per il frangente temporale che va dal giorno dell’emanazione del dispositivo del secondo grado sino al termine stabilito per il deposito dei motivi, momenti che normalmente risultano sfalsati (come noto, sono infrequenti i casi di motivazione contestuale, così come di deposito della motivazione nel termine di 15 giorni ex art. 544, comma secondo, c.p.p.), e che, per altro verso e soprattutto, sono fissati dei “termini massimi di grado” – pari ad un anno e sei mesi sia per quello d’appello che per quello in Cassazione – che impediscono una sospensione a tempo indeterminato del corso della prescrizione, seppur tali ultimi termini non valgano a interrompere l’operatività di altre cause sospensive della prescrizione eventualmente concomitanti [È il nuovo quarto comma dell’art. 159 c.p. a prevedere espressamente il cumulo tra le cause sospensive di nuovo conio e le altre nell’eventualità di un loro concorso].
Tale meccanismo sospensivo, invero, non convince, sotto più profili.
Anzitutto, come detto, sembra ispirarsi a quelle concezioni dottrinali che tendono a distinguere prescrizione sostanziale e prescrizione processuale e che appunto slegano quest’ultima dalla gravità del fatto criminoso sub iudice per cadenzarla sugli sviluppi dell’iter processuale; tuttavia, come sottolineato da autorevolissima dottrina [Per tutti, F. Palazzo, La Riforma penale alza il tiro?, in Dir. pen. cont. riv. trim., 2016, p. 57; D. Pulitanò, Una confessione di Agostino e il problema della prescrizione, ivi, p. 76], una simile impostazione della disciplina prescrizionale implica che le cause di sospensione (operanti appunto solo dopo che sia stata azionata la pretesa punitiva) non solo siano fronteggiate da termini massimi di fase volti ad impedire l’irragionevole protrazione del processo ma anche che esse vadano a sostituire integralmente le cause interruttive, le quali, rivestendo un’intrinseca natura anfibia (sono integrate da atti del procedimento penale ma hanno come effetto quello di far ridecorrere da capo il tempo prescrizionale legato alla gravità del reato), non possono che inquinare la razionalità d’un sistema siffatto e contribuire in definitiva a compromettere la ragionevole durata del processo.
Da altra angolazione, si può poi osservare che una netta ripartizione tra tempo dell’oblio e tempo del processo, in realtà, non è nemmeno forse così auspicabile, poiché talune delle ragioni fondamentali che sostanziano l’istituto della prescrizione, a ben vedere, permangono intatte a prescindere dal passaggio alla fase processuale ed anche a prescindere dall’emanazione di una sentenza di condanna (non definitiva): se è vero che, arrivati a quest’ultima, sfuma l’esigenza di tutelare l’imputato da difficoltà e impedimenti nell’esercizio del diritto di difesa (in particolare il diritto di difendersi provando) derivanti dalla risalenza del reato oggetto di prova, è anche vero che quell’esigenza basilare di “prontezza della pena” già colta e valorizzata dal Beccaria può esser soddisfatta solo ed esclusivamente dall’accertamento definitivo della responsabilità del reo in tempi (ragionevolmente) brevi. In altri termini, arrivare all’irrogazione definitiva della pena dopo anni ed anni dalla consumazione del fatto di reato resta disfunzionale in un’ottica tanto generalpreventiva quanto (anzi soprattutto) specialpreventiva indipendentemente dalla circostanza che in questa diastasi temporale sia stato attivato un processo penale [Profilo colto anche dalla Relazione della Commissione Fiorella cit.]. E ciò pare risultare tanto più vero quanto meno grave è il reato ipotizzato. Prevedendo un generalizzato allungamento dei tempi prescrizionali che può esser di tre anni per ciascun tipo criminoso (in aggiunta al “tempo necessario a prescrivere” sancito all’art. 157 c.p., nonché ad eventuali concorrenti cause di sospensione), il riformatore non sembra aver tenuto minimamente conto di tale esigenza, realizzando così un bilanciamento d’interessi ancora una volta forse non del tutto oculato.
Inoltre, introducendo le fattispecie sospensive di cui al nuovo comma secondo dell’art. 159 c.p., si è di fatto attribuita efficacia sospensiva della prescrizione alle impugnazioni (di regola dell’imputato) avverso la sentenza di condanna (di primo e secondo grado), equiparando l’esperimento di tale fondamentale strumento difensivo a quegli “accadimenti distonici” (pur in sé legittimi) rispetto alla normale dinamica processuale che, appunto perché distonici, oggi giustificano la stasi del corso della prescrizione e il prolungamento dei tempi del processo (quali sono appunto le ipotesi delineate all’art. 159, comma 1, n. 3) c.p.) [Si veda ancora A. Martini, Le cause di estinzione, cit., loc. cit.]. Sospensione che, però, viene esclusa a posteriori qualora l’impugnazione risulti totalmente fondata (nuovo comma terzo dell’art. 159 c.p., che significativamente non contempla i casi di riforma parziale della condanna), come a dire che l’azionamento del diritto dell’imputato a sottoporre la condanna non definitiva al vaglio di un giudice superiore comporta il conculcamento del suo diritto alla durata ragionevole del processo, a meno che la statuizione giudiziale impugnata non fosse del tutto errata [Aveva già espresso perplessità in merito a siffatto meccanismo sospensivo F. Palazzo, La Riforma penale, cit. loc. cit.].
Risulta invece pienamente condivisibile il “ritocco” della disciplina degli effetti soggettivi della sospensione della prescrizione: mentre l’attuale disposizione codicistica riverbera su tutti i concorrenti nel reato tanto la verificazione di una causa interruttiva quanto quella di una causa sospensiva, il nuovo primo comma dell’art. 161 c.p. va a differenziare le due ipotesi, tenendo fermo l’effetto “collettivo” per i casi di interruzione ma limitando l’effetto sospensivo “agli imputati nei cui confronti si sta procedendo”, da intendersi simultaneamente [Con simultaneus processus; si deve quindi trattare di coimputati e non semplicemente di correi, risultando altrimenti incomprensibile la limitazione apportata dalla riforma]; con ciò peraltro confermandosi che la disciplina dell’interruzione volge lo sguardo alla natura sostanziale della prescrizione mentre quella della sospensione è proiettata alla sua dimensione processuale.

3. Le interpolazioni in tema d’interruzione della prescrizione.
Per quanto specificamente attiene alla disciplina dell’interruzione del corso della prescrizione, la riforma aggiunge anzitutto una nuova causa interruttiva al secondo comma dell’art. 160 c.p.: l’interrogatorio reso davanti “alla polizia giudiziaria, su delega del pubblico ministero”. Tale ipotesi, infatti, stante la tassatività delle cause d’interruzione della prescrizione, è oggi ritenuta “atipica” (e dunque improduttiva dell’effetto interruttivo) dalla giurisprudenza consolidata (si veda, Cass., Sez. Un., 11 luglio 2001, n. 33543) ma in effetti non sembra presentare una ratio dissimile dall’analoga fattispecie costituita dall’interrogatorio effettuato direttamente dal pubblico ministero, a maggior ragione ove si consideri che l’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio rivolto dal pubblico ministero già allo stato è idoneo a interrompere la prescrizione, anche laddove l’interrogatorio venga poi espletato dalla polizia giudiziaria delegata (si veda Cass., 18 marzo 2013, n. 18919).
Assai più discutibile risulta, invece, la parificazione – mediante interpolazione del secondo comma dell’art. 161 c.p. – del corrotto e del corruttore al recidivo (“aggravato” ex art. 99, comma secondo, c.p.) ai fini degli effetti dell’interruzione della prescrizione sul termine finale della sua maturazione: parimenti a quanto già stabilito per il ricadente nel reato, in caso di commissione dei delitti di cui agli artt. 318 (Corruzione per l’esercizio della funzione), 319 (Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio), 319-ter (Corruzione in atti giudiziari), 319-quater (Induzione indebita a dare o promettere utilità), 320 (Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio), 321 (Pene per il corruttore), 322-bis (Induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri), 640-bis (Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche) c.p., l’incremento “massimo” del periodo prescrizionale conseguente al verificarsi di una causa interruttiva (che di per sé farebbe ridecorrere la prescrizione ex novo) viene individuato in misura pari alla metà del tempo necessario a prescrivere ex art. 157 c.p., mentre ordinariamente tale aumento è contenuto in ¼.
Consimile norma eccezionale pare connotare in chiave “sanzionatoria” l’istituto della prescrizione, riservando a talune categorie di autori particolarmente invisi all’opinione pubblica un regime deteriore, pesantemente sbilanciato a vantaggio delle esigenze repressive (e simboliche): a fronte di termini prescrizionali già molto lunghi e per l’innalzamento dei limiti edittali delle fattispecie corruttive [Da ultimo nuovamente ritoccati al rialzo con la L. n. 69/2015] e per l’ampliamento della cause sospensive oggetto della riforma [Cui va “sommata” la posticipazione del termine iniziale della prescrizione derivante dall’applicazione della c.d. teoria dei reati a duplice schema, dominante in giurisprudenza ma oggetto di critiche serrate da parte della dottrina: si veda F. Cingari, Sulla responsabilità penale del parlamentare: tra corruzione e influenze illecite, in Cass. pen., 2017, n. 1, p. 186 ss.], l’incremento del limite di cui al comma secondo dell’art. 161 c.p. non appare giustificabile esclusivamente alla luce del fatto che il pactum sceleris che sta alla base di tali reati rende spesso difficoltoso e “ritardato” il loro accertamento.
Tale ultima ratio, comunque, deve ritenersi certo presente nell’intervento riformatore, come è chiaramente desumibile dall’esclusione di reati che, pur incarnanti un disvalore analogo se non maggiore (quali il peculato e la concussione), per la loro struttura non possono risultare “opacizzati” dal velo dell’accordo illecito che caratterizza invece le fattispecie richiamate dal progetto di legge, anche se suscita qualche perplessità l’inclusione dell’induzione indebita a dare o promettere utilità – fattispecie che è comunque incentrata su un disequilibrio tra la posizione del pubblico agente (induttore) e quella del privato (indotto) – e, soprattutto, della truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, che risponde ad uno schema delittuoso affatto differente.
Anche sulla scorta dell’ora vista ratio, il non cristallino inciso “limitatamente ai delitti richiamati dal presente comma” che figura dopo il richiamo dell’art. 322-bis, va inteso nel senso che, in relazione a quest’ultima disposizione, di per sé ricomprendente anche fattispecie ulteriori rispetto a quelle di cui agli artt. 318, 319, 319-ter, 319-quater, 320, 321 c.p., la modifica normativa deve esser comunque limitata a queste ultime, con esclusione appunto del peculato e della concussione seppur commessi da funzionari delle istituzioni europee o internazionali.

4. Regime transitorio.
I commi del maxiemendamento dedicati alla riforma della prescrizione si chiudono con un’opportuna disposizione di carattere intertemporale: le modifiche si applicheranno “ai fatti commessi dopo la data della entrata in vigore della presente legge”.
Tale netta applicazione del principio d’irretroattività conferma la natura (prioritariamente) sostanziale della prescrizione, a dispetto dell’inquadramento offerto (intimato?) dalle Alte Corti europee, come noto convinte assertrici del tempus regit actum proprio movendo da una visione processualistica dell’istituto. L’opzione di regolamentazione intertemporale contenuta nel D.D.L. è stata probabilmente dettata dalla consapevolezza di aver notevolmente inasprito una disciplina che rappresenta uno degli aghi della complessa bilancia penalistica che tenta di coniugare le libertà individuali con le esigenze punitive e, in sé, non è censurabile [Basti ricordare come la celeberrima Corte cost., ord. n. 24/2017, abbia recentemente ribadito che “il regime legale della prescrizione è soggetto al principio di legalità in materia penale, espresso dall’art. 25, secondo comma, Cost.”, di cui l’irretroattività in malam partem costituisce elemento portante]; tuttavia, una conferma tanto decisa della natura sostanziale della prescrizione non sembra del tutto congruente con la “processualizzazione” tentata con il rivoluzionamento della cause di sospensione.

5. Rilievi conclusivi.
Da più parti l’attuale disciplina della prescrizione, come noto ridisegnata dalla L. n. 251/2005 (c.d. ex-Cirielli), è giudicata insoddisfacente [Ex plurimis, limitandoci ai rilievi critici più recenti, F. Palazzo, La Riforma penale, cit., p. 56; D. Pulitanò, Una confessione di Agostino, cit., loc. cit.; con ampio spazio alla prospettiva “europea”, F. Viganò, Riflessioni de lege lata e ferenda, cit., p. 20 ss.; M. Caianiello, Processo penale e prescrizione nel quadro della giurisprudenza europea. Dialogo tra sistemi o conflitto identitario?, in Dir. pen. cont. – pubbl. 24.02.2017]. Tale Insoddisfazione si concentra soprattutto sui termini prescrizionali di quei delitti che rientravano nella “terza classe” della vecchia disciplina codicistica (art. 157, primo comma, n. 3) abr.), ovvero dei delitti il cui massimo edittale è ricompreso tra i cinque e dieci anni di reclusione, i quali si prescrivevano in dieci anni, poi da aumentare a quindici (della metà) in caso d’integrazione di una causa interruttiva (art. 160, comma terzo abr.); termini prescrizionali che ora, essendo di regola ricalcati sul massimo edittale di ciascuna fattispecie criminosa e vedendo un aumento massimo per l’intervento dell’interruzione pari ad un quarto, risultano contingentati dalla legge in archi temporali ritenuti eccessivamente brevi, andando dai sei anni (sette anni e mezzo in caso d’interruzione della prescrizione) attualmente previsti per i delitti puniti fino a sei anni di reclusione sino a poco più di undici anni per i delitti puniti con nove anni di reclusione.
Ebbene, se l’obiettivo (o uno dei principali obiettivi) del D.D.L. AS 2067-A è quello di “irrobustire” una disciplina giudicata lassista, si può certo registrare una sua funzionalità rispetto allo scopo, poiché se è vero che – in via generale – il “tempo necessario a prescrivere” rimane inalterato, la nuova disciplina delle cause sospensive determina un sostanzioso prolungamento del termine finale della prescrizione al traguardo della sentenza di condanna: come visto, fino ad un anno e mezzo per grado, un triennio complessivo (al netto di ulteriori cause di sospensione); col che, tenuto conto dell’aumento – concorrente e cumulativo – implicato dalla verificazione dell’interruzione (data quantomeno dall’emissione della sentenza di condanna), si vanno a delineare termini prescrizionali non molto lontani da quelli previgenti al 2005.
Lo strumento impiegato per raggiungere tale – in sé condivisibile – obiettivo, però, risulta essere “improprio”, non lineare e latore di indesiderabili effetti collaterali: anziché andare a tentare una “semi-processualizzazione” della prescrizione, introducendo nuove cause sospensive essenzialmente legate alle impugnazioni e foriere dei dubbi di ragionevolezza sopra cennati, forse sarebbe stato più razionale e proporzionato intervenire direttamente sull’art. 157 c.p. e/o – in modo non settoriale – sull’art. 161 u.c. c.p., andando appunto a ridefinire il “tempo necessario a prescrivere”.
Quanto poi agli interventi rigoristici che hanno interessato certe categorie di reati, in particolare quelli riconducibili ai patterns della corruzione e della violenza e dell’abuso in danno dei minori, se sono ben comprensibili le sottese esigenze di tutela dei soggetti passivi e di efficienza del sistema repressivo, sono anche piuttosto evidenti le sopra esposte venature d’irrazionalità che – in misura diversa a seconda delle due aree d’intervento – la nuova disciplina presenta.
Ma soprattutto, nel riformare in senso peggiorativo per il (presunto) reo la disciplina della prescrizione, il legislatore sembra essersi completamente disinteressato del fatto che il nostro ordinamento, adeguandosi in ciò a precisi obblighi di fonte sovranazionale, ha indicato nitidi limiti massimi di durata del processo, al di là dei quali questa si manifesta irragionevole (salva diversa valutazione giudiziale argomentata in base alla complessità del caso, all’oggetto del procedimento e al comportamento delle parti), cioè a dire ingiustificatamente lesiva dei diritti dell’imputato (o indagato), e come tale scaturigine di un diritto di quest’ultimo all’equa riparazione: è la L. n. 89/2001 (c.d. Legge Pinto), all’art. 2, commi 2-bis e 2-ter, ad affermare esplicitamente che un processo (o meglio un procedimento penale, a contare dalla conoscenza che ne ha l’indagato, stante il recente intervento “manipolativo” della Corte costituzionale, sent. n. 184/2015) si considera ragionevole se non superare i tre anni in primo grado, due anni in secondo grado e un solo anno nel giudizio di legittimità o comunque i sei anni nel suo complesso. Il pensiero allora corre alle nuove ipotesi di sospensione della prescrizione decorrenti dal deposito della sentenza di condanna di primo grado sino alla definizione del grado successivo e dal deposito della sentenza di condanna di secondo grado sino alla definizione del processo stesso: in appello e in Cassazione la prescrizione rimarrà congelata fino a tre anni, indefettibilmente per tutti i reati, indipendentemente dalla loro gravità, dalla loro difficoltà di accertamento, dal comportamento delle parti; pertanto, nei casi – ben possibili, anzi frequenti – in cui il grado precedente, che ai fini dell’applicazione della Legge Pinto (ossia della valutazione del “patimento cagionato dalla eccessiva pendenza dell’accusa”, per usare le parole della citata Corte cost., sent. n. 184/2015) deve considerarsi comprensivo anche della fase delle indagini preliminari sin dal momento in cui l’indagato ha avuto conoscenza del procedimento penale a suo carico, durerà più di tre anni, cominceranno ad addensarsi dubbi sulla ragionevolezza del processo e, di riflesso, non potranno che emergere dubbi sulla ragionevolezza dello stesso impianto normativo che, bloccando la prescrizione, ha determinato il prolungamento dei tempi processuali.