Riforma Orlando: procedimento di archiviazione

Di Guido Colaiacovo -

Sommario: 1. Introduzione – 2. La nullità del provvedimento di archiviazione – 3. Il reclamo al Tribunale monocratico – 4. Osservazioni.

1. Introduzione.

Il disegno di legge prevede (comma 33 dell’art. 1, all’esito del maxiemendamento approvato il 15 marzo scorso) una rimodulazione di alcuni snodi fondamentali del procedimento di archiviazione: da un lato, introduce specifici casi di nullità del provvedimento conclusivo; dall’altro lato, indica il mezzo di impugnazione da esperire per rimuovere queste patologie [si tratta, secondo Spangher, La riforma Orlando della giustizia penale: prime riflessioni, in Dir. pen. cont., 2016, p. 101, di una innovazione particolarmente rilevante nel contesto normativo che disciplina l’archiviazione].
A tal fine, prevede l’introduzione nel tessuto codicistico dell’art. 410-bis, rubricato «nullità del provvedimento di archiviazione», la cui lettura deve essere coordinata con le modifiche che i commi 32 e 33 apportano agli artt. 409 e 411 c.p.p.

2. La nullità del provvedimento di archiviazione.
Il primo comma del nuovo art. 410-bis c.p.p. enuncia i casi di nullità del decreto di archiviazione e si occupa di presidiare quei passaggi che attengono all’instaurazione del contraddittorio e tutelano il diritto di intervento dell’interessato [in questa nozione sono compresi persona offesa e indagato. Tali previsioni, infatti, si applicano a tutte le declinazioni codicistiche del procedimento di archiviazione (Spangher, La riforma Orlando, cit., p. 101), compresa quella per particolare tenuità del fatto, nella quale la persona sottoposta alle indagini è destinataria dell’avviso della richiesta del p.m., prodromico all’eventuale esercizio del diritto di proporre opposizione (sul punto, Bronzo, L’archiviazione per particolare tenuità del fatto, in Spangher – Marandola – Garuti – Kalb, Procedura penale – Teoria e pratica del processo, Utet, 2015, p. 964)].
In prima battuta, la nullità colpisce il provvedimento emesso in violazione dell’obbligo di notificare l’avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa che ne abbia fatto richiesta (art. 410, comma 2, c.p.p.) o abbia diritto a riceverlo in ogni caso (comma 3-bis). Identica sanzione opera nel procedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto, in forza del richiamo all’art. 411, comma 1-bis, c.p.p. Allo stesso modo, è prevista la nullità del provvedimento emesso intempestivamente, ossia prima che sia interamente decorso il termine per proporre opposizione e questa non sia stata ancora presentata [qui la previsione sembra mostrare un primo difetto poiché, non richiamando espressamente il decorso del termine previsto dall’art. 411, comma 1-bis, c.p.p., potrebbe far ritenere che, nel caso di archiviazione per particolare tenuità del fatto, il decreto di archiviazione emesso intempestivamente non sia colpito da alcuna sanzione].
In seconda battuta, la sanzione è comminata per il decreto di archiviazione reso senza tenere conto dell’opposizione presentata, salvi i casi di inosservanza dell’art. 410, comma 1, c.p.p. [anche su questo punto si profila un problema di coordinamento con le previsioni in materia di fatto tenue, non essendo richiamata la causa di inammissibilità enunciata dal comma 1-bis dell’art. 411 c.p.p.].
Tale assetto, sostanzialmente, recepisce gli approdi raggiunti a seguito delle pronunce della Corte costituzionale e della Corte di cassazione in materia: la regola secondo la quale l’omessa notifica dell’avviso della richiesta del p.m. alla persona offesa comporta la nullità del decreto di archiviazione è stata enunciata in una sentenza interpretativa di rigetto della Corte costituzionale [C. cost., 16 luglio 1991, n. 353, in Giust. pen., 1991, p. I, c. 357], che ha anche individuato il rimedio nel ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 409, comma 6, c.p.p. Dal canto suo, la Corte di cassazione ha precisato che tale nullità ricorre anche qualora il g.i.p. non abbia tenuto conto dell’opposizione ritualmente presentata ovvero ne abbia illegittimamente dichiarato l’inammissibilità [Cass., sez. un., 14 febbraio 1996, n. 2, Testa, in Cass. pen., 1996, p. 2168] e, infine, qualora il decreto sia stato emesso in pendenza del termine per proporre opposizione [Cass., sez. VI, 19 aprile 1995, n. 1450, in Cass. pen., 1996, p. 3342].
Il secondo comma, invece, è dedicato alle patologie dell’ordinanza di archiviazione e precisa, con un richiamo all’art. 127, comma 5, c.p.p., che tale atto è nullo soltanto nell’ipotesi in cui siano violate le regole che, sintetizzando estremamente, disciplinano la notificazione degli avvisi di fissazione dell’udienza, l’intervento dei destinatari di tali avvisi e il legittimo impedimento dell’imputato.

3. Il reclamo al Tribunale monocratico.
Il terzo e il quarto comma disciplinano un inedito rimedio [Spangher, La riforma, cit., p. 101] finalizzato a far valere tali nullità, ossia il reclamo al tribunale in composizione monocratica, che sostituisce il ricorso per cassazione [a tal fine, il comma 32 abroga il comma 6 dell’art. 409 c.p.p., che contempla tale rimedio].
La procedura è alquanto snella: la doglianza dell’interessato è veicolata, appunto, da un atto denominato reclamo, attraverso il quale l’interessato, nel termine di quindici giorni dalla conoscenza del provvedimento, devolve la questione di nullità al tribunale in composizione monocratica.
Il giudice provvede con ordinanza non impugnabile, dopo aver dato avviso alle parti almeno dieci giorni prima dell’udienza fissata per la decisione. Non è previsto l’intervento delle parti, ma l’interlocuzione è assicurata dalla possibilità di depositare memorie non oltre il quinto giorno precedente l’udienza.
Nel caso di accoglimento del reclamo, il giudice annulla il provvedimento e ordina la restituzione degli atti al giudice che lo ha emesso [la soluzione normativa collima solo parzialmente con l’assetto vigente, nel quale dall’annullamento può derivare la restituzione degli atti al p.m., nel caso di omessa notifica dell’avviso alla persona offesa (Cass., sez. VI, 15 ottobre 2010, n. 39242, in C.E.D. Cass., n. 251048)].
Diversamente, conferma il provvedimento impugnato o dichiara inammissibile il reclamo.
In quest’ultimo caso, insieme al pagamento delle spese del procedimento, la parte privata che ha proposto il reclamo può essere condannata anche al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende, nella misura stabilita dall’art. 616 c.p.p. [il comma 64 prevede un ulteriore inasprimento di tale somma: si introduce, infatti, nel primo comma del’art. 616 c.p.p. un secondo periodo che consente al giudice di aumentare fino al triplo l’ammontare, in considerazione della causa di inammissibilità].

4. Osservazioni.
L’ipotesi di riforma appena esaminata, insieme ad altre modifiche del codice contemplate dal disegno di legge, è animata dal proposito di alleviare il carico di lavoro della Suprema Corte, attualmente destinataria dei ricorsi con i quali si censura l’illegittimità del provvedimento di archiviazione [in questa direzione muovono anche la modifica del regime di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere (commi 38-40), l’eliminazione della possibilità per l’imputato di presentare personalmente il ricorso per cassazione (comma 63), e l’introduzione di limiti più stringenti per l’impugnazione della sentenza emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p. (comma 50)].
Il perseguimento di tale risultato, tuttavia, fa sorgere alcune perplessità, nella parte in cui, escludendo il vaglio della Suprema Corte, non consente un controllo di legittimità su aspetti fondamentali, che richiedono valutazioni squisitamente in iure come quelle sulla legittimazione ad opporsi e la sussistenza della qualità di persona offesa in presenza di talune peculiari fattispecie criminose [per una panoramica della variegata casistica, Casaccia – Gizzi, sub art. 408, in Lattanzi – Lupo, Codice di procedura penale – Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. V, Indagini preliminari e udienza preliminare, Giuffrè, 2013, p. 1112 e ss.].
La questione, che pure ha richiesto l’intervento delle Sezioni unite [Cass., sez. un., 25 ottobre 2007, n. 46982, in Cass. pen., 2008, p. 148, in tema di natura plurioffensiva del reato di falsità], potrebbe ora essere risolta diversamente sulla base dell’orientamento del tribunale o del singolo giudice, così pregiudicando una uniformità di interpretazione su un tema invero molto delicato [criticando la soluzione interpretativa che aveva attribuito alla Corte di cassazione la competenza a pronunciarsi in materia di nullità del provvedimento di archiviazione, Nappi, La riforma della impugnazioni: habent sua siderea leges, in Cass. pen., 2004, p. 1906, riteneva più opportuno investire le corti d’appello di tali questioni, riservando alla competenza della Suprema Corte soltanto la risoluzione di eventuali contrasti giurisprudenziali. Una soluzione di questo tipo, anche nel contesto della novella in commento, garantirebbe, attraverso la concentrazione in sede distrettuale, una maggiore uniformità di vedute rispetto a quella che si svilupperebbe dalla devoluzione della materia ai singoli tribunali].
Identica preoccupazione sorge sulla esatta perimetrazione dei poteri del giudice sul vaglio preliminare di ammissibilità dell’opposizione e utilità delle integrazioni investigative richieste [sulle posizioni che la giurisprudenza di legittimità ha assunto sul punto, da ultimo, Cass., sez. III, 17 maggio 2016, n. 38141, in Dir. pen. proc., 2017, p. 361, con nota di Michelagnoli, Nuove prospettive e vecchi stilemi in tema di opposizione all’archiviazione della persona offesa].
D’altro canto, sotto il profilo procedimentale, potrebbero ancora ipotizzarsi casi nei quali la Corte di cassazione sia investita di ricorsi in materia, come potrebbe accadere qualora la decisione del tribunale in composizione monocratica sia viziata da una violazione di legge [i casi potrebbero essere quello nel quale il giudice non tenga conto delle memorie depositate dalle parti e l’altro nel quale siano difettose le notifiche dell’atto con il quale si comunica la data dell’udienza fissata per la decisione].
Ancora sotto il profilo procedimentale, ai difetti segnalati si aggiunge anche l’apparente mancanza di coordinamento con la disciplina del procedimento “di pace” (art. 17 d. lgs. 28 agosto 2000, n. 274).
Lascia perplessi, infine, la previsione della condanna al pagamento della somma in favore della cassa delle ammende che può rivelarsi particolarmente onerosa. Anche qui la determinazione è rimessa alla discrezionalità del giudice e suscita fondati timori circa lo sproporzionato effetto deterrente che potrebbe provocare nel potenziale opponente, anche in considerazione del fatto che avverso tale statuizione non sembrano accordati rimedi.