Rigetto della MAP e (mancata) astensione del giudice:  infondata la questione di costituzionalità

Di Gherardo Pecchioni -

Trib. di Prato, sez. pen., ord. del 7 giugno 2018

Con l’introduzione dell’istituto della messa alla prova, ad opera della legge 28 aprile 2014, n. 67, il legislatore ha lasciato inalterato l’art. 34 c.p.p., che disciplina le ipotesi di incompatibilità del giudice. La conseguenza è che, ad oggi, il giudice che rigetta la richiesta di messa alla prova non ha nessuna preclusione a rivestire la funzione giudicante in sede dibattimentale. La questione però, già oggetto di dibattito dottrinale, è ben lungi dal potersi considerare risolta e presenta indubbi profili di rilevanza costituzionale, nonostante che, con l’ordinanza in esame, il Tribunale di Prato ne abbia dichiarato l’infondatezza.
La questione era stata sollevata dalla difesa, con riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., a seguito del rigetto della richiesta di messa alla prova, fondata sull’impossibilità di effettuare una prognosi positiva in merito all’eventuale commissione di altri reati, a sua volta formulata sui criteri di cui all’art. 133 c.p., e in particolare sulla capacità a delinquere dell’imputato, desunta dai suoi precedenti penali. Secondo la difesa, in tal modo, il giudice aveva proceduto ad una “pregnante ed imprescindibile valutazione ex ante” sul fatto e sulla persona dell’imputato, che inevitabilmente dava luogo ad un “preconvincimento rispetto alla sede naturale (dibattimento o rito abbreviato) nel quale dovrebbe formarsi”, rendendolo pertanto incompatibile a rivestire la funzione di giudice del dibattimento.
Il Tribunale di Prato, nel dichiarare infondata la questione di legittimità costituzionale, muove dal presupposto che la valutazione che è tenuto a compiere per decidere sull’ammissione dell’imputato alla messa alla prova, ai sensi dell’art. 464-quater, comma 3, c.p.p., è incentrata unicamente sull’idoneità del programma di trattamento, da ricavarsi sulla base degli indici di cui all’art. 133 c.p., mentre non è chiamato ad effettuare alcuna delibazione di merito sulla fondatezza o meno dell’accusa. Infatti, il giudice non ha accesso ad alcun atto di indagine né esamina alcuna fonte di prova.
La ricostruzione operata dal Tribunale di Prato, per quanto formalmente corretta, non tiene però conto di una circostanza determinante: è infatti prassi comune degli Uffici di esecuzione penale esterna, nel predisporre la relazione di accompagnamento al programma di trattamento – che è atto al quale il giudice ha pieno accesso – quella di riportare le dichiarazioni dell’imputato in merito al reato contestatogli. Tali dichiarazioni, ovviamente, non saranno utilizzabili in dibattimento, ma è difficile ritenere che esse non vadano ad influire sul convincimento del giudice.
Analoga, e forse ancor più evidente, questione potrebbe porsi a seguito della revoca dell’ordinanza di sospensione del procedimento con messa alla prova, che, secondo la disciplina vigente, comporta la ripresa del procedimento con il medesimo giudice: in tal caso, infatti, il suo convincimento sarà influenzato anche dal giudizio negativo sulla persona dell’imputato determinato dalle circostanze che hanno portato alla revoca della MAP.
È pertanto auspicabile che sulle questioni indicate intervenga quanto prima la Corte Costituzionale, sulla scia delle numerose pronunce che nel corso degli anni hanno notevolmente ampliato il novero delle incompatibilità del giudice rispetto ipotesi previste dall’art. 34 c.p.p.