Violazione dei diritti umani: sentenza di uno stato terzo e valore della documentazione allegata dalla difesa.

Di Marco Maria Monaco -

Cass. Pen. Sez. VI, 15 novembre 2016, dep. 21 dicembre 2016, n. 54467

La sentenza segnalata affronta due questioni molto interessanti.

  1. Il rilievo da attribuire al principio del ne bis in idem in riferimento alle sentenze pronunciate in uno Stato terzo e se questo, pur non espressamente contemplato dalla Costituzione italiana, sia o meno uno dei diritti fondamentali garantiti all’imputato. Nel caso specifico la Corte era chiamata a pronunciarsi in merito ad una richiesta di estradizione presentata dalla Turchia nei confronti di un individuo che era già stato processato per il medesimo fatto in Germania, dove aveva anche interamente scontato la pena. La Corte d’Appello di Venezia, rinviando alle conclusioni di Cass. Sez. VI del 18.12.2013 n. 258250, aveva accolto la richiesta ritenendo di non poter applicare il principio del c.d. ne bis in idem internazionale. La Corte, evidenziando la sostanziale differenza costituita dalla circostanza che il precedente giudizio era stato in questo caso celebrato in uno Stato dell’Unione Europea, ha proceduto ad una articolata ed attenta analisi della normativa comunitaria e convenzionale e della giurisprudenza interna ed internazionale sul punto. Correttamente inquadrata la questione, quindi, ha ribadito il valore di diritto fondamentale al principio ed ha così riconosciuto che ogni persona, a prescindere dalla nazionalità comunitaria o meno, ha il diritto a non essere processata due volte per il medesimo fatto. Diritto ora espressamente previsto dall’art. 50 della Carta di Nizza che il giudice italiano, che è anche giudice dell’Unione Europea, è tenuto a garantire attraverso il riconoscimento delle sentenze emesse dai giudici appartenenti agli stati dell’Unione europea.
  2. Il valore da riconoscere alla documentazione estratta da internet per dimostrare la situazione carceraria del paese richiedente ed il concreto pericolo della violazione dei diritti fondamentali. La Corte distrettuale aveva ritenuto inadeguata la documentazione prodotta dalla difesa rilevando che questa era stata repetita a mezzo internet e che era di contenuto sostanzialmente generico. Anche sotto tale profilo la decisione è stata oggetto di censura. Il Giudice di legittimità, infatti, ha rilevato che internet non è di per sé una fonte inattendibile e che la difesa aveva così nella sostanza adempiuto all’onere di allegazione da cui deriva il dovere del giudice di procedere d’ufficio alla verifica delle condizioni ostative all’estradizione. In concreto, poi, la Corte si è espressamente soffermata sul valore da attribuire ai rapporti redatti dalle organizzazioni non governative (quali in questo caso Amnesty international e Human Rights Watch), al resoconto di una delegazione di giuristi ed avvocati italiani (nel caso specifico in rappresentanza della Camera penale), al particolare rilievo da riconoscere alla peculiare situazione nella quale si trova la Turchia (che ha espressamente richiesto di avvalersi della deroga prevista dall’art. 15 Cedu ed ha subito numerose condanne per violazione dei diritti umani) ed alle notizie diffuse dalla stampa nazionale ed internazionale in ordine di “crisi dell’intero sistema giudiziario turco” a seguito della destituzione e sospensione di migliaia di magistrati.